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Giuseppe Di Gaspare, Teoria e critica della globalizzazione finanziaria. Dinamiche del potere finanziario e crisi sistemiche, Padova, Cedam, 2011, pp. I-478.

Di Margherita Ramajoli

  

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Sommario:

1. - 2. - 3. - 4.


1.

 Il volume di Di Gaspare analizza l’articolato fenomeno della globalizzazione finanziaria adottando l’unico approccio metodologico possibile per cercare di conoscerne e di comprenderne i caratteri. Si tratta di un approccio di tipo multidisciplinare, inteso a sottolineare i legami esistenti tra economia, politica, geopolitica, diritto, politica del diritto, storia e cultura. Questa complessità serve all’Autore a non appagarsi di spiegazioni semplificanti quale, ad esempio, quella intesa a trovare un facile capro espiatorio per l’attuale crisi economica finanziaria nella Fed, come se responsabile della crisi fosse una sola istituzione e un solo soggetto (p. 219 ss.). Del resto ancora oggi le cause della ben più lontana crisi del 1929 stentano ad essere riconosciute unanimemente, come le mai sopite polemiche tra keynesiani e aderenti alla scuola austriaca del ciclo economico stanno a dimostrare. Solo uno sguardo complesso consente dunque di abbracciare la complessità, riconoscendo che vi è un meccanismo congiunto di deresponsabilizzazione a vari livelli e di disseminazione sistemica del rischio. Originale per un giurista è anche la particolare attenzione dedicata nel libro al ruolo dell’immagine, allo svelamento delle «strategie di manipolazione della comunicazione», che porta a una «inversione dei rapporti tra causa e effetto» (p. 6 ss.): così s’evidenzia che è «la percezione della stabilità del dollaro che genera la sua effettiva stabilità», che «ciò che non è percepito non esiste realmente» (p. 65), si parla di una «narratizzazione internazionale della supremazia del libero mercato, una specie di continua, uniforme affabulazione che genera un consenso conforme» (g. 41). Dal libro emerge con chiarezza come sia stato proprio il pregresso e acritico ottimismo dilagante ad avere fatto sì che le crisi finanziarie cogliessero di sorpresa banche centrali e regolatori. Anzi, a ben vedere l’impreparazione psicologica ha riguardato anche l’intera società che ha dovuto affrontare il trauma della messa in discussione del convincimento largamente diffuso che il futuro sarebbe stato finanziariamente migliore del passato. Dal punto di vista geografico lo sguardo è diviso tra l’ordinamento statunitense, dove il fenomeno della globalizzazione finanziaria [continua ..]

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2.

Il libro, come si legge nella sua prefazione, ha lo scopo sia di «capire meglio da dove sia arrivata la crisi», sia di capire «come reagire e contrastarla» (p. XVII). Quindi non solo un fine di tipo cognitivo, teorico, ma anche propositivo e pratico. In questa logica l’attenzione del giurista è calamitata da alcuni atti normativi che fungono da spartiacque, da cesure ideali. Siccome due terzi del libro sono dedicati agli Stati Uniti perché è da lì che tutto si dipana, è da lì che bisogna partire. Qui troviamo le premesse, le cause di tutto. Il Garn St. Germain Depository Institutions Act del 1982 è definito nel libro (pag. 73) «la madre delle future bolle immobiliari». Con esso le banche cooperative non furono più ritenute responsabili nel caso di insolvenza dei mutui ipotecari, potendo concedere prestiti garantiti dallo Stato che provvedeva alla ricopertura dei finanziamenti. In questa maniera le banche cooperative furono incentivate a concedere mutui a clienti privi di adeguate garanzie, contando di essere garantite dallo Stato. Nasce così la deresponsabilizzazione delle banche cooperative, che alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso furono poi messe in liquidazione amministrata a carico del governo. Ma soprattutto è l’abrogazione nel 1999 del Glass Steagall Act a fungere da spartiacque. Il provvedimento era stato approvato nel 1933 ed è stata la prima legge firmata dal presidente Roosevelt. Il Glass Steagall Act costituiva la risposta di tipo sistemico alla crisi del 1929, la reazione al fallimento delle banche durante la grande depressione, ed era un provvedimento incentrato su politiche pubbliche, sulla regolazione dei sistemi bancari e finanziari, nonché sull’uso delle leve monetarie. Soprattutto esso introduceva una netta separazione tra banche commerciali (deputate al risparmio e al credito) e banche d’investimento, o, altrimenti detto, tra utility banking e casìno banking. La ratio del provvedimento era evitare la realizzazione di conflitti di interessi: impedire che le banche potessero suggerire ai loro clienti l’acquisto di titoli che le banche stesse avessero sottoscritto e così impedire che il fallimento dell’intermediario comportasse anche il fallimento della banca tradizionale, impedendo che i risparmi [continua ..]

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3.

Anche se la parte più consistente del libro è dedicata agli Stati Uniti, perché l’intento dell’Autore è di partire dall’origine dei fenomeni e su di essi soffermarsi, pure l’Europa è presa in considerazione da Di Gaspare. Il contagio della crisi economico-finanziaria innescata negli Stati Uniti è stato ben descritto da Fabio Merusi (Il sogno di Diocleziano. Il diritto nelle crisi economiche, Torino, 2013) come una sofisticata catena di Sant’Antonio, per cui l’effetto domino si realizza non appena si determina un’insolvenza in qualche punto della catena: la crisi è diventata globale perché è partita dallo Stato alla cui moneta sono agganciate tutte le altre monete, ma ha poi acceso un’infinità di focolari autonomi, come spesso succede negli incendi. Pur all’interno di una crisi comune globale vi è una specificità della crisi europea: la crisi nella cd. eurozona ha acuito le tensioni latenti nella UE e ha evidenziato la contraddizione tra «la stentata integrazione politica e istituzionale dell’UE e la non coincidente unificazione del sistema monetario nell’UEM» (p. 261). La mancanza di un centro politico europeo coeso ha a sua volta prodotto uno stallo decisionale istituzionalizzato. Gli Stati membri sono poco disposti ad affrontare i sacrifici in nome di una solidarietà comune che ancora manca e che sarebbe invece il presupposto essenziale dell’integrazione, come Giuliano Amato va da tempo ripetendo nei suoi vari contributi in materia. Quest’assenza di una solidarietà comune pone in evidenza il drammatico problema della legittimazione democratica dell’Unione europea, che s’aggiunge ad altro, più specifico, problema di legittimazione, quello riguardante le varie autorità indipendenti di vigilanza, problema ampiamente dibattuto dalla dottrina pubblicistica, cui si fa cenno pure nel volume. Tra l’altro le autorità nazionali di vigilanza pongono un’ulteriore questione, consistente nel fatto che vi è un’asimmetria tra regole bancarie armonizzate (un diluvio di regole europee tutte univocamente orientate al solo obiettivo dell’integrazione dei mercati) e una vigilanza frammentata tra le autorità nazionali, spesso eccessivamente tolleranti o miopi. Così la mancanza di un’istanza decisionale [continua ..]

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4.

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