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rivista della regolazione dei mercati

fascicolo 2|2015

Note sulla penalizzazione delle irregolarità migratorie

Concorrenza, norme deontologiche e decoro della professione.

Note a margine di Consiglio di Stato, Sez. VI, 22 gennaio 2015 n. 238

di Stefania Vasta

Consiglio di Stato, Sez. VI, 22 gennaio 2015, n.

Pres. Baccarini – Est. Giovagnoli

«Non si può ritenere che la regola deontologica che impone di praticare compensi commisurati al decoro della professione possa trovare una copertura normativa nell’art. 2233, comma 2, cod. civ. che, occupandosi del contratto d'opera intellettuale, prevede espressamente che “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione”. Tale norma, contenuta nel codice civile, si indirizza, infatti, al singolo professionista, disciplinando i suoi rapporti con il cliente nell'ambito del singolo rapporto contrattuale, senza attribuire alcun potere di vigilanza agli Ordini in merito alle scelte contrattuali dei propri iscritti.»

«Le regole deontologiche secondo cui a garanzia della qualità delle prestazioni il geologo deve sempre commisurare il compenso al decoro professionale sono restrittive della concorrenza e non possono essere considerate necessarie al perseguimento di legittimi obiettivi collegati alla tutela del consumatore.»

«L'obbligo di commisurare il compenso al decoro professionale si traduce, nella prassi, in una surrettizia reintroduzione dei minimi tariffari, eludendo così l'abolizione degli stessi disposta dal legislatore (art. 2 decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito in legge 4 agosto 2006, n. 248; art. 9 del decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito in legge 24 marzo 2012, n. 27), con i conseguenti effetti restrittivi della concorrenza.»

«L'obbligo contenuto nei codici deontologici di rispettare il decoro della professione nella determinazione del compenso induce di fatto, e per prassi consolidata, gli iscritti a ritenere vincolanti le tariffe professionali.»

Sommario: 1. Inquadramento. – 2. Ordini professionali e concorrenza.– 3. Requisiti metagiuridici e parametri di valutazione della concorrenza: il ruolo degli ordini professionali.

1.    Inquadramento

La decisione del Consiglio di Stato, VI, 22 gennaio 2015, n. 238 offre l’opportunità di soffermarsi nuovamente su un tema già da tempo discusso in giurisprudenza: il rapporto tra mercato e professioni regolamentate ovvero tra tutela della concorrenza e regole deontologiche.

In questo panorama, la sentenza in commento apporta un tassello ulteriore al superamento della tradizionale antinomia tra dinamica concorrenziale e statica delle regole deontologiche. Essa, infatti, contribuisce a chiarire i confini del rapporto che intercorre tra esercizio di professione intellettuale e regole concorrenziali.

La vicenda processuale prende avvio nel 2009 con l’impugnazione avanti il Tar del Lazio-Roma, da parte del Consiglio nazionale dei geologi, della deliberazione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, con la quale quest’ultima aveva censurato come restrittive della concorrenza alcune norme deontologiche concernenti la determinazione del compenso[1], ordinando di assumere misure atte a far cessare l’illecito[2].

Secondo l’orientamento dell’Autorità, in forza di queste norme i professionisti sarebbero indotti ad assumere condotte non autonome nell’individuazione delle tariffe professionali – e precisamente a non calcolare le parcelle sotto i minimi tariffari – per non incorrere in sanzioni disciplinari per violazione del canone del decoro della professione, prescritto dalle citate regole deontologiche. Tale circostanza determinerebbe una illecita restrizione della concorrenza, in violazione dell’art. 101 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Con sentenza n. 1767/2011 il Tar Lazio-Roma ha accolto la tesi prospettata dall’Autorità garante[3].

Avverso la decisione hanno proposto appello sia l’Autorità garante (limitatamente a un capo della sentenza) che il Consiglio nazionale dei geologi, il quale ultimo, unitamente alla riformulazione delle censure di primo grado, ha presentato istanza di rinvio pregiudiziale avanti la Corte di giustizia, ai sensi dell’art. 267 del Trattato.

Il giudice adito ha quindi disposto la rimessione con ordinanza n. 1244/2012, sottoponendo alla Corte di giustizia una serie di quesiti, compreso il problema qui discusso: se sia in contrasto con la disciplina comunitaria e con l’art. 101 del Trattato il riferimento, contenuto nelle norme del codice deontologico, al decoro della professione come parametro per il calcolo del compenso professionale.

La Corte di giustizia si è pronunciata sulle questioni pregiudiziali con la sentenza 18 luglio 2013, C-136/12[4], ritenendo che il rinvio al decoro della professione possa determinare potenziali effetti restrittivi della concorrenza e demandando al giudice del rinvio l’accertamento se tali effetti si producano in concreto.

All’esito del giudizio, il Consiglio di Stato ha statuito che le norme deontologiche sono concretamente idonee a determinare una ipotesi di restrizione della concorrenza.

2.    Ordini professionali e concorrenza

La decisione in commento esprime una generale censura di anticoncorrenzialità alle regole deontologiche esaminate: censure che concernono l’ordine dei geologi, ma che, in un discorso più generale, possono applicarsi alle professioni intellettuali regolamentate in genere[5].

Più nel dettaglio, si intende qui soffermarsi solo su alcuni passaggi della sentenza che, per la prospettiva analizzata, appaiono di maggiore interesse.

A questo fine, è opportuno partire dal presupposto logico da cui muove la sentenza. Secondo il ragionamento condotto dal Consiglio di Stato, facendo proprie le conclusioni della sentenza Corte di giustizia 18 luglio 2013, in C-136/12, costituiscono premessa logica della decisione la circostanza che gli ordini professionali debbano essere intesi come associazioni di imprese, ai sensi dell’art. 101 del Trattato, nonché l’ulteriore circostanza, coerente con la prima, secondo cui l’esercizio di una professione intellettuale debba essere inquadrata nell’alveo della nozione di impresa ai fini comunitari[6].

Il Consiglio di Stato considera, altresì, come le regole deontologiche abbiano carattere vincolante per gli iscritti, per i quali incombe, nel caso di omessa applicazione delle prescrizioni deontologiche, ivi comprese quelle che stabiliscono i criteri per il calcolo delle parcelle, la concreta possibilità di essere destinatari di sanzioni deontologiche.

In altri termini, anche la sola possibilità di incorrere in un illecito disciplinare indurrebbe in concreto i professionisti ad attuare comportamenti suscettibili di essere qualificati come illeciti anticoncorrenziali.

Ciò posto come premessa logica, il Consiglio di Stato ha appurato come, nel caso specifico della prassi applicativa delle regole che concernono il calcolo della parcella professionale, si realizzino realmente effetti restrittivi della concorrenza.

Tali regole, infatti, non paiono orientate a realizzare finalità ultronee a quella della quantificazione del compenso; ipotesi che invece le renderebbe idonee a giustificare la loro esistenza sul piano concorrenziale (cosa che avverrebbe, per esempio, ove fossero finalizzate al perseguimento di una maggiore garanzia di qualità della prestazione professionale). La sentenza si sofferma, piuttosto, nel chiarire che non si ravvisa alcuna connessione tra la qualità della prestazione e la circostanza che il compenso sia commisurato al decoro.

Dalla verifica della prassi applicativa dispiegata in giudizio, è anzi emerso come l’applicazione di tariffe inferiori ai cd. minimi sia considerato dagli ordini professionali, in virtù di norme come quelle in esame, circostanza non decorosa per la professione, con la conseguenza di indurre gli iscritti ad applicare i minimi tariffari nonostante l’avvenuta liberalizzazione dei compensi professionali determinata con legge n. 248/2006[7] e legge n. 27/2012[8].

Sulla base di tali presupposti, la sentenza ha quindi accertato l’illegittimità della reintroduzione surrettizia, attraverso il rinvio al concetto di decoro della professione, dei minimi tariffari aboliti con il recente intervento normativo.

Appare utile a questo punto valutare due utleriori argomentazioni trattate nella pronuncia, perché concorrono a formare il giudizio di anticoncorrenzialità delle regole deontologiche esaminate.

Esse riguardano la già citata assimilazione tra professione intellettuale e professione imprenditoriale e il riferimento all’art. 2233, comma 2, c.c.[9].

Circa il primo profilo, si segnala che l’equiparazione prospettata nella sentenza costituisce l’esito di una tesi che la Corte di giustizia ha espresso in più occasioni e che anche la giurisprudenza interna e l’Autorità garante per la concorrenza e per il mercato hanno avuto occasione di condividere.

Pertanto, la pronuncia non può dirsi isolata e si inserisce nella elaborazione di argomentazioni che già hanno ricevuto autonoma trattazione[10].

Al riguardo merita di essere osservato che la premessa logica da cui muove la sentenza relativamente a tale assimilazione trova espressione in un sillogismo chiaro: secondo la Corte l’ordine professionale non deve essere considerato associazione di imprese in quanto tale, ma solo nella misura in cui, rispetto alla adozione di norme deontologiche, esso non esercita alcuna funzione che lo possa far assurgere ad autorità pubblica o comunque a soggetto erogatore di pubbliche funzioni.

La natura giuridica va quindi valutata non in astratto, ma rispetto alla singola questione esaminata, sicché l’ordine professionale, rispetto alla adozione del codice deontologico o di singole norme deontologiche come quella in esame, è assimilabile alla associazione di imprese ai sensi dell’art. 101, par. 1, del Trattato.

Infatti, come il singolo professionista esercita attività economica ed è assimilabile all’esercente l’impresa, così l’ordine, che ne rappresenta e ne raccoglie gli iscritti, ne condivide la natura in forma associativa.

La statuizione espressa dalla Corte trova il suo più ampio approfondimento in un noto precedente[11], nel quale proprio rispetto alla qualificazione di un ordine professionale – nel qual caso la questione concerneva quello degli avvocati – la Corte ha statuito che i professionisti svolgono attività imprenditoriale, dal momento che, per il diritto della concorrenza, la nozione di impresa è applicabile a qualsiasi soggetto che eserciti attività economica; e tale è l’attività del professionista che offre servizi in un mercato determinato. Ne discende, pertanto, che “gli avvocati iscritti all’albo … svolgono un’attività economica e, pertanto, costituiscono imprese ai sensi degli artt. 85, 86 e 90 del Trattato, senza che la natura complessa e tecnica dei servizi da loro forniti, e la circostanza che l’esercizio della loro professione è regolamentato, siano tali da modificare questa conclusione” (cfr. punto 49 della sentenza Corte di giustizia, 19 febbraio 2002, Wouters e a., C-309/99)[12].

Dalla tesi enunciata affiora quindi come, nella prospettiva europea del diritto della concorrenza, vi sia una sostanziale equiparazione tra concorrenza professionale e concorrenza commerciale, nella misura in cui l’esercizio della professione intellettuale vada appunto intesa come esercizio di attività d’impresa.

Dalla sentenza esaminata emerge anche un altro passaggio, che riguarda prettamente la disciplina interna rilevante.

Il giudice adito non si limita, infatti, ad argomentare richiamando le deduzioni della Corte di giustizia, ma affronta anche il tema della applicabilità al caso concreto della norma prevista dall’art. 2233, comma 2, c.c.

È interessante, al proposito, rilevare come per il Consiglio di Stato l’articolo, pur costituendo norma positiva applicabile al caso concreto, non sia da apprezzare quale fonte di legittimazione dell’ordine professionale a disporre di potere sanzionatorio sui propri iscritti per l’ipotesi qui in discussione, cioè quella della violazione del principio per cui la deroga dei minimi tariffari debba essere intesa come lesiva del decoro della professione.

L’ordine professionale, secondo la sentenza esaminata, non vanta alcun potere di sindacare il comportamento dei propri iscritti, al fine di verificare se sia stata data applicazione alla regola deontologica della commisurazione del compenso professionale senza oltrepassare i minimi tariffari a tutela del decoro. Non potendo sindacare la condotta in termini di correttezza secondo le regole deontologiche, l’ordine non è quindi abilitato, per il giudice adito, neppure a irrogare eventuali conseguenti sanzioni nel caso di loro inosservanza.

Ne discende, pertanto, che per il Consiglio di Stato le norme deontologiche che rinviano, per la quantificazione del compenso, al requisito del decoro della professione costituiscano ipotesi di restrizione illecita della concorrenza perché, in definitiva, non aggiungono nulla a garanzia della qualità della prestazione, non assicurano obiettivi ulteriori che giustifichino, per la tutela di interessi superiori, l’imposizione di comportamenti nella libera determinazione tra le parti delle tariffe. Pertanto, tali regole devono essere considerate come potenziale limite alla concorrenza tra professionisti.

Dall’analisi della decisione emerge, quindi, come l’ordine professionale debba essere considerato come ente pubblico associativo[13], allorquando svolga la funzione di garantire il perseguimento della tutela della professione, nel rispetto della autonomia del singolo associato e nel rispetto del principio della pluralità degli ordinamenti; analogamente emerge, altresì, come l’ordine professionale, rispetto all’ambito della disciplina della concorrenza, debba essere invece inteso come associazione d’imprese.

Il quadro d’insieme è pertanto poliforme e acquista significato a seconda dell’ambito rilevante che si prende in considerazione.

Ove rilevi, come nel caso esaminato, il tema della tutela della concorrenza, allora i parametri di valutazione devono intendersi come chiaramente precisati dalla sentenza e, quindi, il criterio del decoro della professione non può più ragionevolmente essere declinato come parametro di valutazione del compenso.

3.    Requisiti metagiuridici e parametri di valutazione della concorrenza: il ruolo degli ordini professionali.

All’esito dell’esame della sentenza 22 gennaio 2015, n. 238, residuano alcune osservazioni da svolgere.

La decisione si pone sicuramente come un apprezzabile superamento della tradizionale antinomia tra concorrenza e professioni intellettuali o, meglio, tra concorrenza e regole deontologiche espresse dagli ordini professionali[14].

È di comune esperienza, infatti, il rilievo che vi sia stata una prassi diffusa da parte degli ordini professionali a far prevalere le regole deontologiche, anche in virtù di un restrittivo potere di vigilanza sui propri iscritti, a discapito delle aperture concorrenziali. Ciò ha comportato ipotesi, come quella esaminata, di ampliamento dei confini della legittimazione degli ordini, al fine di esercitare un potere di censura sui propri iscritti, anche disattendendo l’impulso voluto dal legislatore interno e comunitario all’ampliamento della concorrenza.

In questa prospettiva, la sentenza si colloca quindi come un necessario ridimensionamento del potere di vigilanza degli ordini professionali, i quali, in funzione della tutela della concorrenza tra i propri iscritti, non paiono legittimati da alcuna fonte giuridica, né comunitaria né interna, a imporre surrettiziamente l’applicazione di minimi tariffari.

Il dato è di sicuro rilievo.

La sentenza, infatti, non esclude dal novero dei parametri di valutazione delle tariffe il requisito del decoro della professione, che, in virtù dell’art. 2233 c.c., continua a essere vigente nell’ordinamento e quindi applicabile per tutte le professioni intellettuali.

La sentenza esclude, invece, la titolarità in capo all’ordine professionale del potere di esercitare vigilanza, e conseguente censura, circa l’applicazione di tale parametro da parte degli iscritti.

In altri termini, limitatamente a tale ambito di analisi, il Consiglio di Stato priva l’ordine professionale di legittimazione.

A ben guardare, infatti, non viene censurato il requisito del decoro della professione in sé, ma l’applicazione che, per prassi, ne viene fatta dall’ordine dei geologi o, in una prospettiva più generale, dagli ordini professionali.

Rimane infatti sempre operante l’art. 2233 c.c., il quale continua a costituire disciplina vigente.

Non essendo però titolato l’ordine di appartenenza a svolgere tale verifica, perché le regole deontologiche di questo tenore sono state dichiarate illegittime, ne discende che debba essere il singolo professionista, ai sensi dell’art. 2233 c.c., a dover considerare il decoro della professione tra i parametri da computare nella predisposizione del compenso e nella sua negoziazione col cliente.

Tale elemento, pertanto, continua a costituire criterio di giudizio a fondamento normativo da annoverare nel catalogo dei requisiti utili alla predisposizione del compenso professionale.

Venendo però meno il ruolo dell’ordine nell’applicazione di tale criterio, si deve ritenere che vada assegnato al singolo professionista – e al suo personale apprezzamento dei contenuti da attribuire al concetto di decoro della professione come presupposto valutativo a fondamento giuridico ma a contenuti metagiuridici – l’applicazione del menzionato requisito.

Quello che appare come dato certo, a fronte della sentenza qui discussa, è che il ruolo di soggetto idoneo ad assegnarne i contenuti non possa essere demandato all’ordine professionale, quale ente di imputazione delle posizioni dei singoli iscritti, ma a ciascuno, al fine di assicurare che la qualità delle prestazioni professionali si realizzi in piena adesione ai principi di concorrenza della professione intellettuale, al pari di qualsiasi altro settore della attività d’impresa.

In definitiva, il decoro della professione continua a persistere come parametro attraverso il quale, unitamente agli altri indici, deve essere calcolato il compenso dal singolo professionista, ma non è dato all’ordine professionale il potere di individuare che la sua quantificazione al di sotto dei minimi tariffari integri una violazione sanzionabile della condotta.

Dalla sentenza emerge pertanto che, nel rapporto tra professioni regolamentate e mercato, la tutela della concorrenza si realizza anche attraverso la valorizzazione dell’autonomia del singolo (sia nella individuazione unilaterale del compenso, che nella negoziazione con il fruitore della prestazione professionale), con conseguente netto ridimensionamento delle funzioni e dei poteri degli ordini professionali.

La tutela della concorrenza passa quindi anche attraverso il divieto imposto agli ordini professionali di valutare e censurare la quantificazione del compenso al di sotto dei cd. minimi tariffari come condizione non decorosa per la professione[15].

In ultima analisi, la decisione merita di essere positivamente valutata perché esprime il tentativo di fornire una ponderazione tra tutela della concorrenza e dignità della professione, non limitandosi alla mera promozione della concorrenza.

Essa, infatti, non disconosce, ma anzi valorizza i confini tracciati dall’art. 2233 c.c. (e cioè l’importanza dell’opera e il decoro della professione) come parametri entro i quali la misura del compenso deve essere determinata. Tanto è vero che qualifica l’art. 2233 c.c. quale “adeguato strumento a garanzia della qualità della prestazione e dei interessi del consumatori (cfr. sentenza, par. 16).

Accanto alla affermazione della primazia della concorrenza, la sentenza non dimentica di richiamare il valore ancora attuale dell’art. 2233 c.c. come parametro di apprezzamento del compenso e ne tenta un coordinamento: nella definizione del compenso professionale la tutela della concorrenza richiede che ciò avvenga nella libera contrattazione delle parti e senza il sindacato, neppure indiretto, degli ordini professionali, mentre la tutela del decoro della professione necessita che ciò avvenga in modo adeguato e proporzionato rispetto a canoni di natura metagiuridica che compongono tale requisito.

Per quest’ultimo criterio sembra prevalere il rinvio alla sfera di valutazione del singolo al fine di determinarne i contenuti specifici, che, in assenza di un soggetto unitario di valutazione, possono concretamente realizzarsi in modo assai differente a seconda di una varietà di circostanze (non ultima, la forza negoziale del fruitore della prestazione intellettuale nella contrattazione della parcella per la prestazione).

In quest’ottica, si rivela in modo ancor più evidente come la tutela della dignità della professione sia rimessa alla dimensione del singolo e non a quella della associazione di categoria.

Rispetto al segmento particolare della predisposizione del compenso, pertanto, la ponderazione degli interessi emergenti si declina nella prevalenza della tutela della concorrenza rispetto al ruolo tradizionalmente inteso degli ordini professionali, ma riservando al singolo la salvaguardia di un criterio, come quello del decoro della professione, considerato ancora un valore giuridico da preservare, attraverso l’individuazione di contenuti giuridici e metagiuridici che ne realizzino la tutela senza violare o comprimere l’altro – analogamente rilevante – valore in gioco, ovvero quello della concorrenza[16].



[1]Tra questi, appare utile riportare testualmente l’art. 18, rubricato Commisurazione della parcella, ai sensi del quale: “Nell’ambito della normativa vigente, a garanzia delle qualità delle prestazioni, il geologo che esercita attività professionale nelle varie forme – individuale, societaria o associata – deve sempre commisurare la propria parcella all’importanza e difficoltà dell’incarico, al decoro professionale, alle conoscenze tecniche e all’impegno richiesti. L’ordine, tenuto conto dei principi di concorrenzialità professionale, vigila sull’osservanza”.

[2]Si tratta, per la precisione, di due ricorsi proposti dal Consiglio nazionale dei geologi, i quali, data la connessione oggettiva e soggettiva, sono stati riuniti e decisi con la medesima sentenza 25 febbraio 2011, n. 1757.

[3]Il Tar ha ritenuto che “attraverso le esaminate previsioni deontologiche risulta (…) integrata una fattispecie di intesa finalizzata a limitare comportamenti economici indipendenti dei professionisti in merito alla determinazione del prezzo delle prestazioni professionali, al contempo limitando la concorrenza tra gli stessi operatori con riferimento al prezzo dei servizi” (cfr. sentenza, p. 79). Per una maggiore comprensione delle questioni trattate in primo grado, si rinvia alla lettura della corposa sentenza del Tar Lazio-Roma n. 1767/2011, in www.giustizia-ammini
strativa.it
.

[4]Per un’analisi della sentenza della Corte di giustizia, con particolare riferimento al procedimento di rinvio pregiudiziale e al potere del giudice di ultima istanza nella formulazione dei quesiti, si veda D.U. Galetta, Niente di nuovo sul rinvio pregiudiziale: la Corte di Giustizia ribadisce la sua consolidata giurisprudenza in materia e respinge il quesito ipotetico del Consiglio di Stato in tema di responsabilità, in Dir. pubbl. com., 3-4/2013, p. 824 ss.

[5]Ciò anche in ragione del fatto che il problema della concorrenza rispetto alle regole deontologiche è stata più volte affrontata dalla giurisprudenza interna e comunitaria proprio con riguardo ad altre professioni c.d. “ordinistiche”, quale in particolare quella forense.

[6]Sul punto la sentenza della Corte di giustizia è in linea con l’orientamento già espresso in altre pronunce; cfr., tra le altre, Corte di Giustizia UE, 29 marzo 2011, n. 565 in causa C-564/08. Per una disamina critica del tema si rinvia a L. Minervini, La lunga agonia delle tariffe professionali: tra spinte nazionali di liberalizzazione e giurisprudenza della Corte di Giustizia, in Foro amm.-CDS, 9/2012, p. 2917 ss.

[7]Legge di conversione, con modificazioni, del d.l. n. 223/2006 (c.d. Decreto Bersani) recante disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto con l’evasione fiscale.

[8]Legge di conversione, con modificazioni, del d.l. n. 1/2012 (c.d. Decreto liberalizzazioni), recante disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività.

[9]L’art. 2233, comma 2, dispone: “In ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.

[10]Si vedano, oltre alla più volte citata sentenza Corte di giustizia 18 luglio 2013 in C-136/12, anche Corte di giustizia 19 febbraio 2002, in C-309/99 e giurisprudenza ivi citata.

[11]Si tratta della sentenza19 febbraio 2002, Wouters e a., C-309/99, alla quale si rinvia anche per gli ulteriori riferimenti giurisprudenziali citati.

[12]Il tema è stato trattato, sul piano interno, anche dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Si veda la recente decisione n. 25078/2014, pubblicata in www.agcm.it, nella quale l’Autorità ha fatto propria l’interpretazione della Corte di Giustizia circa la qualificazione dell’associazione professionale nazionale dei medici chirurghi e degli odontoiatri.

[13]Per interpretazione prevalente. Si rinvia a M.S. Giannini, Istituzioni di diritto amministrativo, Giuffré, Milano, 2000; G. Rossi, Enti pubblici associativi. Aspetti del rapporto tra gruppi sociali e pubblico potere, Jovene, Napoli, 1979.

Pe un approfondimento del tema in una prospettiva di carattere generale si rinvia a G. Della Cananea, L’ordinamento delle professioni, in S. Cassese (a cura di), Trattato di diritto amministrativo, Giuffré, Milano, 2003.

[14]Il tema risulta ampiamente trattato in dottrina. Tra i molti contributi, si vedano: G. Crepaldi, Fondamento, natura e contenuto del potere disciplinare degli ordini e dei collegi professionali, in Foro amm.-CDS, 5/2012, p. 1064 ss.; A. Giordano, Le professioni “non organizzate” nella “piazza universale”, in Giust. amm., 2013. Per una interessante analisi del rapporto tra norme deontologiche e ordinamento, si rinvia a G. Manfredi, L’“assorbimento” degli ordini professionali, in Giust. amm., 2010.

[15]Rimane ovviamente invariato il potere di sindacare la condotta del singolo professionista per motivi diversi al fine di tutelare il decoro della professione.

[16]Si ritiene che questo orientamento abbia avuto già ingresso nell’ordinamento, quanto meno nei suoi tratti essenziali, per il tramite di alcune pronunce del giudice ordinario recanti l’affermazione della natura non imperativa delle norme riguardanti i minimi tariffari; cfr., ex multis, Cass., Iegge 11 agosto 2009, n. 18223, secondo cui “In linea con l’evoluzione normativa, interna e comunitaria, in materia di compensi professionali, deve ritenersi che la previsione di minimi tariffari non si traduca in una norma imperativa idonea a rendere invalida qualsiasi pattuizione in deroga, atteso che essa risponde all’interesse del decoro e della dignità delle singole categorie professionali, e non a quello generale dell’intera collettività, che è il solo idoneo ad attribuire carattere di imperatività al precetto con la conseguente sanzione della nullità delle convenzioni comunque ad esso contrarie”.

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Rivista della regolazione dei mercati - Rivista semestrale - ISSN:2284-2934 | Rivista registrata presso il Tribunale di Torino aut. N°31/2013 - Iscrizione al R.O.C. n. 25223 

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