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rivista della regolazione dei mercati

fascicolo 2|2014

Note sulla penalizzazione delle irregolarità migratorie

Ermanno Vitale, Contro i beni comuni. Una critica illuminista, Laterza, Bari, 2013, pp. XVIII-125.

Il titolo del saggio di Vitale è sviante: l’Autore, consegnando ai beni comuni i loro imprescindibili contorni storici e giuridici, fornisce in realtà un contributo denso di stimoli e suggestioni su tale tema complesso e un invito a proseguirne lo studio nella prospettiva multidisciplinare che egli propone.

 

Il saggio si può dividere in due parti: la prima consiste nella distruzione – molto dotta – del saggio di U. Mattei, I beni comuni, Un manifesto, stessa collana dello stesso editore, pubblicato nel 2011. Questa parte, assai ampia e che occupa 89 pagine, oltre metà del volume, risulta assai convincente in quanto fornisce un chiaro e valido contributo all’ordine dei concetti necessariamente coinvolti trattando di beni comuni, dal punto di vista della teoria politica, di quella economica, del diritto e della storia del pensiero. L’esito positivo della trattazione di Vitale è in parte dovuto alle lacune in effetti presenti nel saggio di Mattei, tra cui, in particolare, la traccia di un percorso concettuale che conduca ad una definizione analitica dei beni comuni.

La seconda parte è un’avventura, di cui l’Autore dichiara di essere consapevole, che porta a formulare domande e ad esprimere dubbi utili per misurare l’effettiva praticabilità di un più preciso inquadramento giuridico dei beni comuni.

 

Più volte nel saggio emergono elementi di interesse per la rivista che ospita questa recensione: individuata la collocazione dei beni comuni in una sorta di limbo, di terra di nessuno – o meglio terra di tutti, ma proprio tutti, pro indiviso – ai regolatori sembra essere attribuito il compito di separare il pubblico dal privato, trovando al primo la corretta collocazione equidistante tra lo Stato e il mercato. Ne consegue la necessità di definire compiti e responsabilità dei regolatori nello svolgimento dell’attività di individuazione dei beni che possano essere accessibili attraverso gli ordinari meccanismi di mercato e quelli, invece, che debbano essere sottratti a questa logica (citando Rodotà). L’obiettivo concettuale che Vitale fa proprio è l’affermazione del cosiddetto costituzionalismo di diritto privato che integra, non sostituisce, quello di diritto pubblico ed è inteso a limitare i poteri economici e in generale le potestà private sull’altare della garanzia dei diritti fondamentali (così già Giorgio Lombardi nel 1970, Potere privato e diritti fondamentali, sebbene con riferimenti culturali assai diversi). Come l’ormai tradizionale costituzionalismo di diritto pubblico, nella sua prospettiva liberale, che garantisce la sfera di infrangibilità dell’individuo rispetto all’esercizio delle potestà pubbliche invasive, l’auspicato costituzionalismo di diritto privato, secondo Ferrajoli, predispone effettive garanzie dal mercato, ovvero limiti esterni allo stesso che garantiscano la sottrazione al mercato dei beni fondamentali in quanto beni indisponibili. Tale costituzionalismo si avvale dello strumento liberale delle origini degli stati moderni, la separazione dei poteri (pubblici), rivisitato nel suo fine, per mettere argine alla con-fusione dei beni sociali e dei beni comuni, universali in quanto appartengono a tutti pro indiviso (l’aria, l’acqua, l’ambiente). Il fine è proprio limitare la mercificazione del mondo, giustificata in nome della sacralità della proprietà privata (che addirittura Ferrajoli escluderebbe dal novero dei diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione), recuperando antiche disponibilità naturali di beni in funzione degli effettivi bisogni individuali e comunitari, senza ricorrere ad assegnazioni preventive degli stessi che, escludendone la fruibilità da parte di taluni, sono considerate illegittime proprio in quanto escludono tali soggetti dall’esercizio dei propri diritti fondamentali.

 

I beni comuni sono ontologicamente tali, cioè utilizzati da più individui, anche contemporaneamente, senza che l’uso da parte di taluni escluda analogo e contestuale utilizzo da parte di altri: presentano le caratteristiche di non escludibilità e di non rivalità proprie dei beni pubblici, la cui individuazione rappresenta una eccezione (fallimento) all’ortodosso funzionamento del mercato. I beni comuni, infatti, si collocano al di fuori del mercato, in quanto non sono oggetto di scambio contro prezzo, bensì di accaparramento, raccolta libera, condivisione o dono. Il rischio connaturato ad essi, lasciati allo spontaneo ed indiscriminato sfruttamento, quindi non regolati, è la loro inefficiente distribuzione e il conseguente impari godimento dei diritti sociali al quale sono strumentali.

Fatta propria la generica classificazione riportata nei manuali di diritto pubblico dell’economia, Vitale esalta l’assenza di risposte a quesiti più analitici, come accade anche nel volume di Mattei: cosa sono i beni comuni, a chi sono comuni (cioè che dimensioni ha la comunità: di vicinato, cittadina, nazionale, sovranazionale), chi li amministra e in che rapporto sono rispetto alla Costituzione. Una cosa è certa: i beni comuni si trovano agli antipodi classificatori rispetto ai beni privati (la cui ragion d’essere è proprio quella di essere oggetto di esclusione e sottrazione).

Vitale dispone di un ricco e lucido patrimonio di riferimenti culturali indagati e fatti propri e, pertanto, impegna la sua agilità di concetti e la sua facilità di scrittura per ricostruire l’elaborazione dei beni (risorse) comuni, lasciando volutamente aperti i quesiti definitori (con i quali il lettore può cimentarsi allenato proprio dalla ricostruzione concettuale che gli offre Vitale).

L’orco Garrett Hardin (nella metafora riportata nel saggio di Vitale), con l’articolo La tragedia dei beni comuni, Science, 1968, ha introdotto il problema della sostenibilità (si direbbe più recentemente) da parte delle risorse naturali della crescita incontrollata della popolazione: il rischio, pertanto, è la sovrappopolazione prodotta dalla libertà degli individui di riprodursi il cui unico rimedio sono gli eventi catastrofici e decimatori. Le soluzioni tecniche, sul lato della maggiore disponibilità dei beni, e quelle giuridiche, la proprietà privata quale limite, almeno soggettivo, alla sovrautilizzazione delle risorse, hanno soltanto effetti dilatori rispetto all’esplosione tragica del problema. La ricetta di Hardin sembra invece da ricercare in ambito giuridico-istituzionale: l’imposizione da parte dello Stato (con conseguente repressione del mercato) della priorità di azione volta a salvaguardare l’interesse ed i beni della collettività sulla tutela della libertà individuale, anche se questa si realizza attraverso il diritto di proprietà.

La fata Elinor Ostrom prende le distanze rispetto all’approccio prevalentemente statalista-economico di Hardin, pur riconoscendone talune positività sebbene non risolutive. La proposta scaturisce dallo studio di singole situazioni comunitarie – escludendo quindi di proporre una ricetta a valenza universale – che sono riuscite ad accordarsi sull’utilizzazione sostenibile nel tempo delle risorse comuni attraverso una sorta di autarchia. Le caratteristiche strutturali di tali comunità erano le modeste dimensioni, i rapporti asimmetrici e gerarchici fra gli appartenenti alla comunità e l’esclusione dei non già appartenenti alla comunità in quanto, se coinvolti, avrebbero comportato la modifica delle modalità di gestione della distribuzione delle risorse (Vitale riporta l’esempio del villaggio vallese di Torbel i cui 600 abitanti nel 1483 hanno fondato un’associazione per regolare l’uso della montagna, delle foreste e delle terre non coltivate che ha avuto la conseguenza di creare una maggiore protezione della proprietà privata degli originari abitanti garantendo loro la trasmissibilità integra da una generazione all’altra). Al proposito Vitale osserva, condivisibilmente, che le esperienze riportate non sembrano avere nulla a che fare con la Comune parigina, bensì con la gestione di un condominio.

 

L’Autore è invece più propenso ad attribuire importanza di esempio virtuoso al fenomeno della recinzione e privatizzazione dei campi aperti (enclosure of the open fields), ovvero la sottrazione della possibilità di accesso alla proprietà privata da parte delle classi meno abbienti, che ha tracciato il confine tra il ruolo dello Stato sovrano e la proprietà privata. Non sempre, infatti, Stato e mercato si sono contrapposti (e probabilmente non è l’obiettivo sperato) bensì si sono compenetrati, e questo è un fatto, seppure con risultati altalenanti: nel caso dell’open field village la presenza di aree di proprietà comune ha garantito il contenimento degli investimenti e dei rischi a carico della collettività propri del sistema agro-pastorale.

È quindi rinvenibile, almeno con l’indagine storica, un ruolo dell’autorità pubblica che riesce a contenere gli effetti negativi dell’autoregolamentazione del mercato senza frustrarne in toto l’esistenza e le ricadute positive sul benessere individuale. Con queste considerazioni, Vitale introduce la pars construens del saggio: restituire ruolo positivo alle decisioni politiche il cui obiettivo minimo è la salvezza della res publica ed il massimo il suo benessere e la sua potenza (superando l’idea che la politica ed il diritto siano strumenti esclusivamente atti a conquistare e mantenere il potere da parte di singoli e oligarchie).

Vitale afferma quindi l’esistenza del bonum commune che consiste in un insieme di mezzi da utilizzare (o non utilizzare) e di fini da perseguire (o non perseguire) chiaramente prescritto e sostanzialmente condiviso dalle costituzioni delle democrazie cosiddette mature. La sua ricetta (questa espressione non piacerà all’Autore e neanche a chi scrive ma è necessaria per sottolineare la parte propositiva del saggio di Vitale che, come detto all’inizio, non è solo contro l’approccio scenografico di Mattei) è l’indebolimento di fatto del mercato, sottraendogli spazio e potere nei processi economico-sociali, in modo da rendere possibile la sua costituzionalizzazione, cioè sottoporlo a efficaci limiti giuridici. Ciò in funzione del libero sviluppo della personalità morale (come dargli torto nella alluvionalità di sfregi alla gestione della cosa comune di cui veniamo informati con cadenza almeno quotidiana). Il tema lanciato da Vitale, che, se coltivato, genererà dibattito ed approfondimenti scientifici, è la critica alla prospettiva totalizzante della gestione come comune (l’autorganizzazione, forse consapevolmente anarchica) in luogo della proprietà pubblica di alcuni beni atti a soddisfare i diritti fondamentali della persona, per escludere la proprietà privata, vista solo come “catalizzatore di profitto e di rendita vera cellula cancerogena della diseguaglianza, che” – ritiene Mattei – “deve essere riportata immediatamente sotto rigoroso controllo pubblico e drasticamente limitata sul piano quantitativo con ogni mezzo prima che sia troppo tardi”.

 

Uno dei quesiti che si pone Vitale è come superare la società involuta nella quale i partiti – che avrebbero dovuto mediare tra lo Stato e i cittadini facendosi portatori dei più diversi interessi della società complessa – si sono fatti catturare dallo Stato, con il rischio di dare libero sfogo alle contrapposizioni. A tale fine, ma non solo, Vitale si riporta a Guido Viale e ad Alberto Asor Rosa per manifestare l’esigenza di differenziare i beni comuni, di una comunità (corporativa) che tanti comprende e altrettanti esclude (espressi dalla volontà di tutti), dal bene comune, cioè l’interesse generale di una collettività politica articolata e conflittuale, dalle dimensioni varie (espresso dalla volontà generale).

È l’eterna lotta tra il realismo politico delle oligarchie che comandano, affermando il loro interesse sul gregge di pecore da sfruttare, e l’utilitarismo, per il quale il bene comune è la somma algebrica dei guadagni e delle perdite di ciascuno (superando così l’individualismo).

La conclusione consiste nella presa d’atto, con Schumpeter (e lo stesso Rousseau), che non sembra possibile convenire su un’univoca definizione di bene comune già solo per il pluralismo, provato dall’esistenza dei corpi sociali intermedi in perenne conflitto, che viene assunto a caratteristica di valore dell’assetto sociale tutelato da quello politico. Ne consegue, paretianamente, che l’uguaglianza in diritti fondamentali, di chance, cioè, non di qualità o quantità di diritti che sono il risultato della competizione, è il massimo cui la nostra cultura di comunità può aspirare; mentre tutto intorno è solamente pioggia, per dirla con Paolo Conte.

(Fabrizio Cassella)

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Rivista della regolazione dei mercati - Rivista semestrale - ISSN:2284-2934 | Rivista registrata presso il Tribunale di Torino aut. N°31/2013 - Iscrizione al R.O.C. n. 25223 

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