Il presente contributo analizza il ruolo crescente degli operatori privati nella nuova economia dello spazio, soffermandosi in particolare sul caso paradigmatico di Starlink, la costellazione satellitare a bassa orbita sviluppata da SpaceX. Il lavoro inquadra il fenomeno nel contesto più ampio della trasformazione dell’industria spaziale, caratterizzata da una crescente interazione tra attori pubblici e privati, e dalla progressiva centralità delle comunicazioni satellitari nella fornitura di “servizi essenziali”. Starlink viene esaminato quale catalizzatore di interrogativi critici su più livelli: l’utilizzo da parte di governi per comunicazioni sicure e resilienti; la sua funzione nel contrastare il digital divide in aree a bassissima densità abitativa; i rischi per la sicurezza nazionale e la protezione dei dati, in un contesto regolato anche da norme extra-UE come il Cloud Act; e infine, le implicazioni concorrenziali e regolatorie connesse alla gestione dello spettro, agli aiuti di Stato e al potenziale esercizio di potere di mercato in contesti infrastrutturali scarsamente presidiati. L’analisi evidenzia la necessità di un aggiornamento della governance europea dello spazio, attraverso l’adozione di strumenti normativi quali il futuro EU Space Law e il DDL Spazio italiano, nonché il rafforzamento della capacità industriale continentale mediante iniziative strategiche come GovSatCom e IRIS².
This paper analyzes the growing role of private operators in the emerging space economy, with a particular focus on the paradigmatic case of Starlink, the low-Earth orbit satellite constellation developed by SpaceX. The study situates this phenomenon within the broader context of the transformation of the space industry, characterized by an increasing interaction between public and private actors and the progressive centrality of satellite communications in the provision of “essential services.” Starlink is examined as a catalyst for critical questions at multiple levels: its use by governments for secure and resilient communications; its role in bridging the digital divide in extremely low-density areas; the national security and data protection risks it entails, especially in a regulatory environment also influenced by extra-EU norms such as the Cloud Act; and, finally, the competitive and regulatory implications associated with spectrum management, state aid, and the potential exercise of market power in scarcely contested infrastructural contexts. The analysis highlights the need for an update of European space governance through the adoption of regulatory instruments such as the forthcoming EU Space Law and Italy’s national “DDL Spazio,” as well as the strengthening of the continent’s industrial capacity through strategic initiatives like GovSatCom and IRIS².
1. Introduzione - 2. La “nuova” economia dello spazio - 2.2. La risposta europea e italiana - 3. Il mercato, le caratteristiche economiche e le regole delle comunicazioni satellitari - 4. Starlink e le questioni rilevanti nel “caso” italiano - 4.2. Gli ambiti di operatività di Starlink: le opportunità e le problematiche - 4.3. Un approfondimento dei profili regolatori e antitrust - 5. Conclusioni e prospettive - NOTE
L’economia dello spazio è guidata da fattori tecnologici, economici e geopolitici che spingono verso una sempre maggiore commercializzazione delle attività spaziali, ampliandone l’impatto su settori strategici come le telecomunicazioni, l’osservazione della Terra, la difesa e la gestione delle emergenze. A livello internazionale, Stati Uniti, Cina ed Europa si contendono la leadership spaziale, affiancati da protagonisti come India e Russia.
Negli ultimi anni, la “nuova” corsa allo spazio ha profondamente trasformato l’economia e l’industria esistenti, passando da un contesto industriale dominato quasi esclusivamente delle agenzie statali a terreno di competizione globale che coinvolge attori pubblici e privati. In questo contesto, l’emergere di operatori di dimensione multinazionale ha profondamente modificato il panorama industriale e competitivo del settore, ponendo nuove sfide e opportunità per i decisori pubblici, a cominciare dal quadro regolamentare. Peraltro, questo assetto solleva questioni di diritto internazionale, poiché il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 impone agli Stati di esercitare supervisione continua sulle attività spaziali private [1].
L’Unione europea, consapevole del rischio di marginalizzazione in uno scenario così dinamico, ha avviato negli ultimi anni importanti programmi industriali ed iniziative di natura regolamentare [2]. L’Italia, da parte sua, continuando nel proprio impegno nell’ambito dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA, European Space Agency), partecipa attivamente ad iniziative come il Progetto Iride, in collaborazione con operatori europei di punta [3].
Il presente contributo si propone di analizzare l’industria e l’economia spaziale nella sua più recente configurazione, con particolare attenzione al segmento delle comunicazioni satellitari e al caso paradigmatico di uno degli attori privati attualmente più significativi, ossia Space X, ed il suo progetto di comunicazioni satellitari, Starlink.
Starlink sta infatti divenendo un riferimento su scala globale e di grande attualità per quanto concerne le politiche pubbliche nazionali, sollevando questioni rilevanti in termini di governance orbitale, concorrenza nel mercato delle comunicazioni elettroniche, sicurezza nazionale e protezione dei dati personali.
L’obiettivo di questo contributo è quindi quello di offrire una riflessione articolata circa i principali profili economici, regolatori e di policy, evidenziando in prima istanza le questioni e le domande rilevanti nei rispettivi ambiti di riferimento. Il saggio intende quindi rispondere a un’esigenza di sistematizzazione delle conoscenze e dei diversi argomenti su un tema di crescente attualità, contribuendo al dibattito accademico e istituzionale sulle condizioni per uno sviluppo equilibrato, sostenibile e strategico del settore aerospaziale, con particolare riferimento alle comunicazioni satellitari.
2.1. Il ruolo crescente degli operatori privati
Dal 1957 a oggi, quasi 100 Paesi hanno effettuato lanci satellitari, 23 di essi hanno sviluppato propri programmi nazionali di lancio e 11 sono impegnati nella costruzione o gestione di porti spaziali con finalità strategiche e commerciali. Questo ampliamento della platea di attori internazionali ha contribuito alla cosiddetta progressiva “democratizzazione” dell’accesso allo spazio [4], pur in presenza di forti disuguaglianze in termini di capacità industriale, tecnologica e finanziaria.
Il mercato globale dello spazio ha raggiunto, negli ultimi anni, una dimensione economica significativa, stimata in centinaia di miliardi di dollari, con previsioni di crescita costante trainate dalla digitalizzazione, dalla transizione verde e dalla domanda di servizi avanzati di osservazione e comunicazione. Tale filiera industriale si articola lungo due principali segmenti: upstream, che comprende la produzione di satelliti, i lanciatori e le infrastrutture di terra, e downstream, che include i servizi abilitati dalle tecnologie spaziali, come le telecomunicazioni, la navigazione satellitare, il monitoraggio ambientale e le previsioni meteorologiche [5].
Secondo i dati riportati nei rapporti dell’OECD, dell’ESA e del World Economic Forum [6], il comparto downstream presenta una distribuzione più equilibrata tra le principali macroaree economiche – Stati Uniti, Unione Europea e Cina – con quote di mercato per ognuna delle macroaree comprese tra il 24% e il 29%. Al contrario, nel segmento upstream si osserva una netta predominanza del Nord America, che detiene circa il 50% del valore globale del settore, grazie in particolare alla presenza di grandi imprese private e alla sinergia con enti pubblici quali la NASA.
Uno degli aspetti più significativi dell’attuale economia dello spazio è infatti la crescita esponenziale del ruolo degli operatori privati. Se nella precedente “era spaziale” lo spazio era appannaggio quasi esclusivo delle agenzie pubbliche – prima fra tutte la NASA – l’attuale fase vede l’ingresso di attori privati in grado di investire capitali, innovare modelli di business e sviluppare tecnologie di frontiera con velocità e flessibilità senza precedenti [7].
Tra i protagonisti di questa trasformazione, spiccano imprese come SpaceX, Blue Origin [8] e Virgin Galactic [9], cui si aggiungono importanti gruppi tecnologici come Google [10] ed Amazon [11], direttamente o indirettamente coinvolti nel settore spaziale.
La forza di questi operatori privati – tutti statunitensi – risiede non solo nella loro capacità di investimento, ma anche nella stretta collaborazione con le agenzie pubbliche. In tale contesto, si osserva come le grandi potenze spaziali si stiano sempre più orientando verso modelli di collaborazione pubblico-privata. Con una “specializzazione”, alquanto evidente. Mentre le agenzie pubbliche si focalizzano sulle grandi missioni scientifiche e strategiche (esplorazioni planetarie, stazioni spaziali), gli operatori privati, grazie a capitali e know-how flessibili, si concentrano su progetti con rilevanti prospettive commerciali (comunicazioni, trasporto, navigazione). Questa complementarità ha favorito l’emergere di nuove filiere e di un ecosistema altamente dinamico, anche se pone interrogativi cruciali sul ruolo delle istituzioni nella regolazione e nel coordinamento di attività che, pur essendo di rilevanza globale, sono ancora dominate da pochi attori.
Tale divisione del lavoro nella nuova industria dello spazio ha dato origine a un ecosistema altamente specializzato e competitivo, dove le imprese riescono a coniugare interessi economici e innovazione tecnologica. Si tratta, di fatto, di un modello duale, in cui la spinta pubblica orienta e supporta gli investimenti privati, mentre questi ultimi contribuiscono ad abbattere i costi, migliorare l’efficienza e accelerare il progresso tecnico.
Questa sinergia ha certamente favorito la leadership americana, e delle grandi imprese USA che hanno goduto di importanti sussidi pubblici, ma anche la creazione di nuovi paradigmi industriali e regolatori.
In questo contesto, il caso emblematico è rappresentato da Starlink, un progetto di SpaceX che incarna la capacità del settore privato di sviluppare e gestire in autonomia intere costellazioni satellitari per fornire servizi di connettività a livello globale, e che pone rilevanti interrogativi in termini di concorrenza, sicurezza e sovranità tecnologica. In particolare, SpaceX ha rivoluzionato l’industria del lancio satellitare introducendo il concetto di razzi riutilizzabili, abbattendo così grandemente i costi fissi e incrementando la frequenza delle missioni.
Il caso SpaceX solleva tuttavia interrogativi critici rispetto al modello di partnership pubblico-privato descritto, particolarmente riguardo alla distribuzione dei benefici, ossia l’“appropriazione” privata di valore generato da risorse pubbliche. Per SpaceX, infatti, la NASA ha svolto un ruolo abilitante mediante contratti di servizio (COTS) e finanziamenti (500 milioni di dollari nel 2006) per lo sviluppo di tecnologie riutilizzabili (Falcon 9 Development Program), ma l’azienda ha mantenuto un controllo integrale sui brevetti satellitari e sulle infrastrutture di Starlink, nonostante il ricorso a fondi federali [12].
Alla luce di tali dinamiche, diventa cruciale analizzare come l’Europa (in particolare, l’Unione europea) e l’Italia stiano rispondendo a questa trasformazione, cercando di colmare il divario con i competitor, in particolare americani e cinesi, e di potenziare la propria collocazione internazionale nell’industria dello spazio.
Di fronte alla crescente centralità dello spazio nella competizione tecnologica e geopolitica globale, l’Unione Europea (UE) ha progressivamente maturato la consapevolezza della necessità di una strategia unitaria e autonoma nel settore spaziale, al di là di quanto realizzato finora (dall’ESA in particolare).
Sul fronte della competitività industriale, l’UE, sebbene disponga di competenze industriali, scientifiche e tecnologiche di rilievo, e quindi di imprese di rilievo internazionale, sconta l’assenza di un vero e proprio “campione continentale”. Si tratta di una delle ragioni che hanno spinto le istituzioni e gli operatori europei a rafforzare la cooperazione e le sinergie industriali, per evitare il rischio di una eccessiva dipendenza da attori extraeuropei. Constatato il ritardo maturato rispetto ai competitor statunitensi e cinesi, la UE ha iniziato a sviluppare strategie comuni per rafforzare la propria autonomia strategica nello spazio.
La Commissione Europea ha infatti avviato programmi pubblici ambiziosi ed investimenti strategici. Tra questi, si distingue il progetto GovSatCom, destinato a garantire servizi di comunicazione sicura per la difesa, la protezione civile e la gestione delle infrastrutture critiche [13]. Il piano sarà successivamente integrato dal programma IRIS², attualmente previsto per il 2030, che punta a costruire una costellazione multi-orbita per garantire connettività continua e resiliente su scala continentale [14].
L’Italia, da parte sua, partecipa attivamente a queste iniziative ed ha lanciato il Progetto Iride, una delle più rilevanti iniziative europee nel campo dell’osservazione della Terra [15]. Il progetto, finanziato anche attraverso il PNRR, prevede la realizzazione di una costellazione di satelliti ottici e radar ad alta risoluzione per applicazioni civili, ambientali e di sicurezza.
Parallelamente, sul piano industriale, si sono intensificati i processi di integrazione e consolidamento. L’acquisizione di OneWeb da parte di Eutelsat nel 2022 [16], così come la prevista fusione tra SES e Intelsat [17], sono esempi emblematici di una strategia tesa a costruire operatori paneuropei in grado di competere con i giganti statunitensi. Questi movimenti di mercato puntano a rafforzare la posizione europea, soprattutto nel segmento dei satelliti geostazionari, e a garantire una maggiore autonomia nell’accesso e nell’uso delle infrastrutture spaziali.
A livello di ecosistema industriale, l’Europa può contare su un numero significativo di attori competitivi: oltre a Eutelsat e SES, figurano Airbus Defence & Space, Thales Alenia Space, Telespazio, Hispasat e Hisdesat [18]. Accanto a queste imprese di grandi dimensioni, si segnalano, anche nel nostro Paese, realtà di minori dimensioni ma altamente specializzate, come ad esempio Argotec, che rappresentano un prezioso bacino di innovazione tecnologica [19].
Questa pluralità di soggetti, se adeguatamente coordinata a livello comunitario, può diventare un punto di forza per lo sviluppo di una strategia spaziale europea capace di valorizzare le competenze esistenti, promuovere l’autonomia tecnologica e attrarre investimenti privati. In ogni caso, restano aperte numerose sfide, tra cui la definizione di una governance condivisa e il rafforzamento degli strumenti di policy e regolazione a livello europeo.
Il settore delle comunicazioni satellitari rappresenta uno dei segmenti più rilevanti e dinamici dell’economia spaziale globale. Esso costituisce una componente essenziale delle infrastrutture di connettività, in particolare per la copertura di aree remote o scarsamente servite dalle reti terrestri tradizionali. Secondo i dati più recenti, le comunicazioni satellitari rappresentano circa il 35% del valore complessivo del mercato spaziale, seconde solo alla navigazione satellitare (56,3%), e ben al di sopra dell’osservazione della Terra (3,9%) e delle applicazioni per la sicurezza (3,2%).
La filiera delle comunicazioni satellitari può essere suddivisa in cinque principali mercati:
I. Reti satellitari: comprendono le costellazioni in orbita terrestre bassa (Low Earth Orbit, LEO), media (Medium Earth Orbit, MEO) e geostazionaria (Geostationary Earth Orbit, GEO), utilizzate per fornire connettività continua e globale[20].
ii. Mercato dei lanciatori: fondamentale per l’immissione in orbita dei satelliti.
iii. Servizi governativi e militari: comprendono le comunicazioni sicure per la difesa, le missioni diplomatiche e la gestione delle emergenze.
iii. Servizi wholesale: rivolti principalmente agli operatori mobili infrastrutturati (Mobile Network Operators, MNOs), comprendono attività di backhauling, roaming e collegamenti interni tra reti[21].
iv. Servizi retail (consumatori): offerti direttamente agli utenti finali, includono servizi di banda ultra-larga (UBB), telefonia fissa e, in prospettiva, anche mobile via satellite.
Su un piano generale, l’elevato grado di concentrazione industriale e la presenza di grandi operatori globali inducono a riflettere sulla natura oligopolistica del mercato. La competizione tra pochi attori di mercato, in presenza di elevate barriere all’entrata, può ridurre l’intensità concorrenziale, anche se – allo stesso tempo – assicura un più certo ritorno degli investimenti. In alcuni mercati – come quello al dettaglio dei consumatori o il backhauling – si osservano margini per una maggiore apertura competitiva, specialmente se supportata da politiche pubbliche attente alla neutralità tecnologica e alla sostenibilità a lungo termine.
Le comunicazioni satellitari sono infatti caratterizzate da elevate economie di scala, che favoriscono la concentrazione industriale e possono costituire barriere all’ingresso sul mercato. In particolare, l’elevato costo iniziale per il lancio e la gestione di costellazioni satellitari rende conveniente un ampliamento della base utenti, con conseguente abbattimento del costo medio per cliente.
Inoltre, il settore presenta rilevanti economie di varietà tra le diverse applicazioni spaziali (e.g. comunicazione, osservazione, navigazione), che consentono sinergie tecnologiche; mentre, meno immediatamente evidenti sono le economie di varietà tra servizi satellitari e servizi terrestri, come telecomunicazioni, cloud e Internet of Things (IoT), che tuttavia stanno spingendo verso convergenze conglomerali, caratterizzate dall’integrazione di operatori attivi in settori differenti come telecomunicazioni, cloud e Internet of Things, con rilevanti implicazioni strategiche. Queste dinamiche abbisognano, infatti, di una ristrutturazione delle catene del valore, in quanto, modificando i paradigmi competitivi, innalzano le barriere all’entrata e pongono nuove sfide di natura antitrust e geopolitica.
Infine, gli effetti di rete diretti sono limitati, ma gli effetti indiretti possono essere significativi, soprattutto attraverso la riduzione dei costi di terminali e l’espansione della copertura, che alimentano la domanda aggregata [22].
Un ulteriore tema importante riguarda la (possibile) scarsità della “risorsa spazio” – in termini di slot orbitali e frequenze – e le implicazioni di questo fenomeno economico in termini di esternalità negative e saturazione, elementi che rendono necessaria una regolazione efficiente dell’accesso e dell’uso delle risorse spaziali. La risorsa spazio, pur essendo formalmente considerata un bene comune internazionale, ai sensi del Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, presenta una disponibilità non illimitata, acquisendo con il tempo ed il crescere del consumo caratteristiche economiche tipiche dei beni rivali (risorsa comune scarsa) ed il suo uso simultaneo da parte di operatori diversi può andare a generare esternalità negative, quali il rischio di collisioni orbitali (space debris) e di interferenze tra radiofrequenze. Tali fenomeni possono compromettere seriamente l’uso futuro dello spazio, generando dinamiche di overexploitation [23] analoghe a quelle osservate nelle risorse naturali terrestri (c.d. tragedy of the commons [24]) e/o fenomeni di pre-emption di nuovi fornitori.
In tale contesto, emerge la necessità di regolamentare efficacemente l’accesso e l’uso delle risorse spaziali. Gli strumenti tradizionali di governance, come il sistema di assegnazione delle orbite e delle frequenze gestito dall’International Telecommunication Union (ITU) secondo il principio del first come, first served, risultano sempre più inadeguati di fronte alla proliferazione di mega-costellazioni satellitari. Peraltro, una regolazione moderna dovrebbe incorporare principi di efficienza allocativa, gestione delle esternalità e protezione della sostenibilità a lungo termine.
L’assenza di meccanismi internazionali vincolanti efficaci espone oggi lo spazio esterno al rischio di fenomeni di saturazione, degrado ambientale e fenomeni di pre-emption da parte dei first mover(s).
A livello internazionale, come detto, la principale fonte giuridica resta il Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico del 1967, che non regola in alcun modo l’accesso alla “risorsa spazio”, anzi ne garantisce il libero accesso (sebbene escluda l’appropriazione esclusiva di oggetti celesti). Tale governance cooperativa di livello generale non è adeguata a disciplinare la complessità odierna del settore, soprattutto, come accennato in precedenza, in considerazione del fatto che il trattato si focalizza unicamente sugli Stati contraenti e non contempla in maniera diretta il crescente ruolo degli operatori privati.
Anche per questi motivi, il quadro normativo che disciplina le attività spaziali, e in particolare il segmento delle comunicazioni satellitari, è in fase di profonda trasformazione ed andrà a configurarsi come un sistema multilivello.
A livello europeo, l’Unione sta lavorando alla definizione di una vera e propria EU Space Law, la cui adozione è prevista per il 2025 [25]. Questa normativa rappresenterebbe il primo tentativo di armonizzare a livello sovranazionale le regolazioni concernenti le attività spaziali condotte da soggetti privati europei, intervenendo su aspetti quali la responsabilità giuridica, la gestione dello spettro elettromagnetico, la sostenibilità orbitale e la sicurezza delle infrastrutture satellitari. In questo contesto, la futura legge europea mira a bilanciare le esigenze di tutela dell’interesse pubblico e dei beni comuni orbitali con lo stimolo alla competitività industriale e all’innovazione del settore privato. L’iniziativa si colloca nel più ampio quadro strategico della Bussola Strategica e dell’autonomia tecnologica dell’UE.
Sul piano nazionale, anche l’Italia si sta dotando di un proprio quadro giuridico organico per le attività spaziali. È infatti atteso entro il 2025 il varo del cosiddetto Disegno di Legge Spazio (DDL Spazio), predisposto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per le politiche spaziali e aerospaziali, in collaborazione con il MIMIT [26]. Tale provvedimento si propone di colmare il vuoto normativo in materia di accesso privato allo spazio, stabilendo regole chiare per l’autorizzazione, la licenza e il monitoraggio delle operazioni spaziali da parte di soggetti non statali. Da notare come – oltre la definizione del quadro regolamentare – l’altro importante obiettivo del DDL riguarda la promozione degli investimenti nel settore spaziale italiano, attraverso meccanismi di incentivo pubblico-privato, in linea con i principi dello Stato imprenditore e con le linee guida europee per la crescita dei settori ad alta tecnologia.
Questo progressivo processo di aggiornamento e armonizzazione normativa riflette l’esigenza di dotarsi di regole funzionali a un ecosistema spaziale pluralistico, dinamico e sostenibile, capace di valorizzare le potenzialità dell’economia dello spazio, salvaguardando al contempo gli interessi collettivi. L’evoluzione legislativa in atto sarà determinante per l’orientamento degli investimenti futuri e per il consolidamento della posizione strategica europea ed italiana nello scenario internazionale della new space economy.
4.1. Cenni alle caratteristiche tecnologiche e di mercato
Space Exploration Technologies Corporation (Space X) è una società aerospaziale privata fondata da Elon Musk nel 2002, con l’obiettivo dichiarato di ridurre i costi di accesso allo spazio e rendere possibile in prospettiva la colonizzazione di Marte. Parallelamente alle attività di trasporto spaziale, SpaceX ha avviato dal 2020 il programma Starlink, una costellazione globale di satelliti in orbita terrestre bassa (LEO) destinata a fornire accesso a Internet ad alta velocità e bassa latenza in tutto il mondo, con particolare attenzione alle aree rurali e scarsamente servite dalle reti terrestri.
In termini giuridici, Starlink è un programma interno di SpaceX, non una società separata, anche se ha iniziato ad avere una propria contabilità separata a partire dal 2021, in vista di un possibile spin-off futuro (ipotizzato, ma mai formalizzato finora). La relazione giuridica tra SpaceX e Starlink si caratterizza per l’integrazione verticale delle competenze: SpaceX detiene i diritti di proprietà intellettuale, le licenze per l’utilizzo delle frequenze e le autorizzazioni governative necessarie per il dispiegamento della costellazione satellitare, mentre Starlink opera come servizio commerciale direttamente controllato dalla casa madre.
Il progetto si basa su una costellazione di satelliti in orbita terrestre bassa (LEO), operanti a circa 550 chilometri dalla superficie terrestre, che garantiscono una latenza molto inferiore rispetto ai satelliti geostazionari.
I satelliti Starlink utilizzano bande di frequenza Ku e Ka [27], e sono dotati di collegamenti laser per comunicazioni inter-satellitari, aumentando l’efficienza del sistema. Gli utenti accedono al servizio tramite un terminale domestico composto da un’antenna parabolica motorizzata e un router Wi-Fi, progettati per un’installazione autonoma. Le velocità di connessione variano generalmente tra i 50 e i 150 Mbps, con una latenza compresa tra i 20 e i 40 millisecondi.
A inizio 2025, la costellazione conta oltre 6.750 satelliti attivi, rendendola la più estesa mai realizzata, con un servizio operativo in oltre 125 paesi e una base utenti superiore ai 5 milioni.
La scala planetaria dell’infrastruttura privata di Starlink non ha al momento eguali ed il modello integrato verticalmente di SpaceX-Starlink, che combina infrastruttura di lancio, produzione satellitare e fornitura diretta di servizi Internet, conferisce al gruppo un vantaggio competitivo senza precedenti nell’emergente economia spaziale globale.
Il servizio ha avuto – e soprattutto potrà presumibilmente avere – un impatto apprezzabile per la riduzione del divario digitale. Tuttavia, la sua diffusione solleva questioni di rilievo legate alla sostenibilità dell’ambiente orbitale, al rischio di detriti spaziali e all’inquinamento luminoso, temi attualmente oggetto di attenzione da parte delle comunità scientifiche e regolatorie internazionali.
L’ingresso di Starlink nel panorama europeo delle telecomunicazioni satellitari ha infatti suscitato un intenso dibattito tra operatori, istituzioni e accademia, ponendo interrogativi strategici di natura tecnica, economica, giuridica e geopolitica.
Il cosiddetto “caso” Starlink, così definito per la dimensione mediatica che ha assunto, non si esaurisce in una mera questione di innovazione tecnologica, ma investe ambiti cruciali della governance pubblica e della sovranità digitale. In particolare, emergono quattro direttrici fondamentali di analisi che richiedono un approfondimento sistematico:
(i) il possibile impiego del servizio da parte di soggetti istituzionali, con le relative implicazioni per le politiche pubbliche e le modalità di affidamento di servizi governativi “sensibili” per la sicurezza e la difesa nazionali;
(ii) il ruolo della costellazione nella copertura delle cosiddette “aree bianche”, con effetti sulla coesione territoriale e le politiche di contrasto al digital divide;
(iii) i rischi legati alla sicurezza nazionale e alla protezione dei dati, alla luce della normativa statunitense extraterritoriale e dei vincoli europei in materia di privacy;
(iv) le implicazioni concorrenziali e regolatorie, con riferimento alla gestione dello spettro radio, al regime degli aiuti di Stato e al potenziale impatto sulla struttura dei mercati.
Fatte queste sintetiche premesse, riteniamo che Starlink rappresenti un caso emblematico della trasformazione in atto nel settore spaziale, in cui un operatore privato, mediante una costellazione di satelliti in orbita bassa (LEO), è in grado di fornire servizi globali a valore aggiunto, sia a utenti privati sia a soggetti istituzionali.
Per questo secondo profilo, la possibilità che Starlink fornisca servizi di comunicazione sicura a enti pubblici italiani solleva interrogativi di rilievo politico e giuridico. Di seguito, senza presunzione di esaustività, ne richiamiamo alcuni.
In primo luogo, è fondamentale distinguere la natura dei servizi richiesti, ossia sviluppare riflessioni specifiche, da un lato, per le comunicazioni istituzionali “ordinarie”, e, dall’altro lato, per quelle inerenti ambiti più sensibili, come la difesa, le sedi diplomatiche o le operazioni delle forze armate. Tale distinzione può infatti incidere sulle modalità di affidamento e di contrattualizzazione dei relativi servizi. Se questi rientrano tra le attività “relative ai settori della difesa e sicurezza, anche non militare, aventi per oggetto … lavori e servizi sensibili”, non sono soggette alle norme del Codice dei contratti pubblici [28]. D’altro canto, anche per i servizi coperti dal Codice, si potrebbe configurare una procedura negoziata senza pubblicazione di un bando. Tuttavia, la giustificazione di questa procedura richiederebbe una solida base normativa e tecnica, in particolare la dimostrazione dell’assenza di una valida alternativa nel mercato [29]. In prospettiva, occorrerà poi valutare se tale esigenza permanga anche con l’entrata in servizio delle nuove infrastrutture europee, come il programma GovSatCom e il sistema IRIS², destinato ad assicurare, entro il 2030, comunicazioni sicure a livello continentale. In tale scenario, la cooperazione con operatori extraeuropei come Starlink potrebbe divenire allora residuale, o quantomeno subordinata a precisi requisiti di interoperabilità e controllo.
L’impiego di Starlink da parte del governo (italiano, ma anche degli altri paesi UE) apre inevitabilmente il dibattito sul tema della sicurezza nazionale e della protezione dei dati personali e sensibili. A questo riguardo, una questione che viene immediatamente in rilievo riguarda la possibilità che un’infrastruttura critica per le comunicazioni sia gestita da un operatore privato di diritto statunitense, soggetto alla legislazione americana, in particolare al Cloud Act, che consente alle autorità USA di accedere a dati conservati anche al di fuori del loro territorio [30]. Nel tentativo di risolvere questo tipo di criticità, nel 2023 è stato adottato il nuovo EU-US Data Privacy Framework [31], volto a superare i limiti del precedente Privacy Shield, invalidato dalla Corte di Giustizia dell’UE nel 2020 [32]. Tuttavia, diversi osservatori istituzionali ritengono che il nuovo accordo resti fragile [33] e che le garanzie per la tutela dei dati dei cittadini europei siano ancora insufficienti.
In questo quadro, un eventuale accordo tra Starlink e il Governo italiano dovrebbe tenere conto non solo del diritto europeo, ma anche della necessità di assicurare che i dati trattati restino effettivamente sotto controllo nazionale. Sono state tuttavia avanzate rassicurazioni in merito all’impiego di sistemi avanzati di crittografia e alla possibilità di mantenere i dati all’interno di strutture giurisdizionalmente controllate dallo Stato italiano. Tali soluzioni richiedono comunque un livello elevato di trasparenza tecnica, nonché forme di vigilanza pubblica permanente, per evitare che la cooperazione con soggetti privati extraeuropei comprometta la sovranità digitale e informativa del Paese.
Un secondo ambito di applicazione di Starlink riguarda l’erogazione di servizi commerciali di connettività a banda ultra-larga in territori a bassa densità abitativa (cosiddette aree bianche o bianchissime), spesso non coperti da reti terrestri, né da tecnologie wireless, economicamente sostenibili. In queste aree, la tecnologia satellitare può rappresentare una valida alternativa, ma la sua implementazione pone diverse questioni operative. In primo luogo, è necessario definire con precisione il perimetro territoriale e demografico di tali aree, ossia se si tratta delle sole abitazioni isolate (le cosiddette “case sparse”) o anche di zone più ampie rimaste escluse dagli interventi previsti nel Piano BUL [34].
A questo riguardo, anche sotto il profilo regolatorio ed economico, bisogna chiedersi se i servizi erogabili da Starlink siano coerenti con le specifiche tecniche e le prestazioni richieste dai programmi pubblici per la banda ultra-larga. La disponibilità commerciale del servizio in ogni ambito territoriale esclude, infatti, un fallimento di mercato dal lato dell’offerta, e quindi un ruolo attivo dello Stato in termini di finanziamento pubblico che non alteri le dinamiche di mercato ai sensi della disciplina sugli aiuti di stato. Potrebbe, tuttavia, sussistere un fallimento dal lato della domanda, dovuto al costo relativamente elevato dell’abbonamento e delle apparecchiature che non ne consente, in maniera generalizzata, l’acquisto nelle aree in cui gli altri servizi non sono disponibili ed economicamente sviluppabili (neanche con i sussidi pubblici). In tal caso, si potrebbe configurare l’opportunità di introdurre voucher o sussidi pubblici alla domanda, destinati agli utenti finali, come già avvenuto in altri ambiti infrastrutturali.
Infine, va chiarito se il ricorso a Starlink per l’erogazione di servizi commerciali avverrebbe in forma complementare alle reti terrestri fisse (banda ultra-larga, di tipo FTTH – Fiber To The Home, FWA, Fixed Wireless Access) oppure avrebbe carattere di sostituzione [35].
In generale, le comunicazioni satellitari, attraverso reti di satelliti a bassa quota, possono rappresentare un complemento di mercato alla fornitura di servizi broadband in aree molto remote, ma non sembra possano rappresentare (almeno nel breve termine) un sostituto dei servizi esistenti in altre aree. Per quanto riguarda i servizi mobili, la copertura della telefonia terrestre è quasi totale. È tuttavia importante prendere in considerazione anche il Direct-to-Cell (DtC) o Direct-to-Device (D2D) che è una tecnologia emergente che consente a satelliti in orbita terrestre bassa (LEO) di connettersi direttamente ai telefoni cellulari standard, senza bisogno di terminali o antenne satellitari dedicate. In pratica, lo smartphone funziona come nel caso di una rete terrestre, ma comunicando direttamente con un satellite. La caratteristica principale di questo servizio è quella di un’integrazione funzionale delle reti satellitari con reti terrestri, in cui il telefono passa dalla rete satellitare a quella mobile tradizionale senza cambiare apparati.
Il satellite Direct-to-Cell non sostituirà le reti mobili terrestri nei centri urbani o nelle aree densamente popolate: capacità, velocità e qualità di servizio delle reti terrestri restano superiori. Il DtC avrà semmai, anche in questo caso, un ruolo complementare perché in grado di colmare il gap di copertura nelle aree remote, desertiche, montane, marittime e fornire backup in caso di disastri naturali o collasso delle infrastrutture terrestri.
A regime, è probabile che saranno gli operatori di telecomunicazione a fornire un servizio integrato ai clienti, il cellulare in mobilità e il satellitare, quando non sia disponibile una connessione mobile (ad esempio in barca o in una escursione in alta quota). Questo è il caso, ad esempio, del servizio integrato offerto da T-Mobile insieme a SpaceX (Starlink Direct-to-Cell) negli USA.
Sotto il profilo commerciale, Starlink opera in Italia dal 2021 in qualità di fornitore di rete e di servizi di comunicazione elettronica, in virtù dell’autorizzazione generale ai sensi del Codice delle Comunicazioni Elettroniche (CCE) seguente alla notifica al Ministero [36]. In base alla disciplina vigente, tale autorizzazione impone obblighi simmetrici comuni a tutti gli operatori del mercato, concernenti – tra gli altri – la trasparenza contrattuale, l’assistenza ai clienti, l’interoperabilità tecnica, la continuità del servizio e la possibilità di intercettazioni legale delle comunicazioni (obblighi di prestazioni obbligatorie per gli operatori di comunicazione verso le Autorità giudiziarie). Questo modello di regolazione simmetrica assume che tutti gli operatori agiscano in condizioni comparabili, prescindendo dal loro modello infrastrutturale (terrestre o satellitare) e dalla dimensione del mercato servito. L’autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM) non ha al momento avviato alcun procedimento per accertare infrazioni alle norme simmetriche del Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche, per cui si presume che Starlink operi in conformità a tali disposizioni.
Diversamente dalle regole a tutela dei consumatori, la regolazione pro-concorrenziale ex ante è costituita da norme asimmetriche che trovano applicazione esclusivamente nei mercati rilevanti caratterizzati da una mancanza di condizioni concorrenziali [37]. La Raccomandazione UE sui mercati rilevanti non ha incluso i servizi satellitari tra i mercati suscettibili di regolazione ex ante, in ragione della loro modesta penetrazione commerciale e dell’elevata sostituibilità tecnica con altre forme di accesso a banda larga, quali il FWA o la fibra ottica [38]. Tuttavia, la stessa raccomandazione ammette che le Autorità Nazionali di Regolazione (ANR) possano derogare da tale esclusione qualora ricorrano i tre criteri cumulativi: (i) assenza di concorrenza effettiva, (ii) presenza di barriere strutturali e legali all’ingresso e (iii) inefficacia della normativa ordinaria nel risolvere tali criticità.
È proprio in tale prospettiva che si potrebbero prospetticamente configurare interventi regolatori mirati – che riguarderebbero operatori quali Starlink – in contesti geografici dove la comunicazione satellitare rappresenti l’unica opzione tecnicamente ed economicamente sostenibile. Tali aree, spesso classificate come “bianche” o “bianchissime”, sono caratterizzate da un fallimento strutturale del mercato dal lato dell’offerta per ogni altri tipo di soluzione tecnica e quindi per ogni altro operatore di comunicazione elettronica. Se, in estrema sintesi, l’assenza di operatori alternativi, associata alla difficoltà di replicare l’infrastruttura orbitale e all’elevato costo iniziale per l’ingresso nel mercato, costituisse una barriera strutturale all’entrata, si potrebbe pensare di definire in tali contesti specifici mercati rilevanti dal punto di vista merceologico e geografico. In tali condizioni, Starlink potrebbe detenere una posizione dominante sotto il profilo antitrust e di significativo potere di mercato in termini regolamentari.
In uno scenario del genere, l’intervento pubblico potrebbe assumere due forme. Da un lato, eventuali misure correttive sul piano della regolazione ex ante, come obblighi di accesso alla rete satellitare, in termini di trasparenza tariffaria rafforzata e non discriminazione. Dall’altro lato, un intervento ex post da parte delle autorità antitrust (l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, AGCM), volto a monitorare condotte potenzialmente abusive, quali prezzi predatori, discriminazioni tariffarie o vincoli di esclusiva non giustificati.
In ogni caso, al di là di nuovi e prospettici interventi regolamentari ed antitrust, si pongono alcune questioni per la garanzia di un effettivo level playing field tra gli operatori “tradizionali” ed i “nuovi” operatori satellitari. Se ne elencano alcuni. La crescente penetrazione dei servizi satellitari richiede una integrazione organica nei processi di pianificazione infrastrutturale nazionale, superando l’attuale dicotomia tra reti terrestri e non terrestri. In tal senso, le prospettive di convergenza regolatoria, attraverso la revisione del Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche e l’adozione del Digital Network Act (proposta attesa per il quarto trimestre 2025), possono rappresentare un punto di svolta verso un assetto più equo, efficiente e resiliente della connettività strategica.
Un ulteriore profilo critico nell’inquadramento regolatorio ed economico di operatori quali Starlink riguarda il potenziale impatto degli aiuti di Stato, in particolare nei casi in cui vengano concessi sussidi pubblici per la fornitura di servizi di connettività, sia in ambito governativo che commerciale. Tali interventi, se non attentamente calibrati, possono configurare distorsioni della concorrenza ai sensi degli articoli 107 e 108 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), specialmente se il soggetto beneficiario, come nel caso di Starlink, è un operatore con una base infrastrutturale e commerciale già consolidata a livello globale. L’erogazione di finanziamenti pubblici finalizzati a garantire la copertura in territori non economicamente appetibili – come le cosiddette “aree bianche” – potrebbe infatti tradursi in un vantaggio competitivo indiretto anche in altre aree nel mercato retail, ad esempio attraverso l’abbattimento dei costi infrastrutturali che Starlink dovrebbe altrimenti sostenere in autonomia (sussidi incrociati). Inoltre, il modello di servizio integrato verticalmente adottato da SpaceX-Starlink – che combina infrastruttura, piattaforma e distribuzione finale – amplifica l’effetto leva di tali sussidi, estendendo i benefici anche oltre il perimetro dell’intervento pubblico originario.
Questa dinamica assume rilievo particolare nel contesto italiano ed europeo, dove la Commissione Europea ha più volte sottolineato la necessità di evitare sovracompensazioni o vantaggi sproporzionati in favore di singoli operatori, specie se extra-UE. Un’alternativa percorribile, già sperimentata in altri ambiti infrastrutturali (energia, banda larga terrestre), consiste nell’adozione di strumenti di supporto alla domanda, quali i voucher destinati direttamente agli utenti finali. Tali strumenti – se ben disegnati – riducono il rischio di alterazione della concorrenza dal lato dell’offerta, promuovendo invece una maggiore libertà di scelta da parte degli utenti e incentivando la competizione tra tecnologie e operatori.
Infine, tra i temi rilevanti da considerare nella valutazione regolamentare ed antitrust del “caso Starlink”, si deve considerare la questione della gestione dello spettro elettromagnetico. Nel contesto della prospettica concorrenza tra operatori satellitari e operatori terrestri, la gestione delle frequenze destinate alle comunicazioni via satellite solleva importanti questioni regolatorie, ma anche di politica industriale.
Si è accennato al fatto che Starlink impiega le tradizionali bande satellitari Ka (18–20 GHz in downlink e 27,5–30 GHz in uplink) e Ku (10,7–12,7 GHz downlink e 14–14,5 GHz uplink); va aggiunto che l’azienda ha anche espresso un marcato interesse per la banda E (71–76 GHz e 81–86 GHz), la cui regolamentazione è tuttora oggetto di riflessione a livello sia nazionale che internazionale.
Un elemento centrale per l’assegnazione delle frequenze satellitari è costituito dal principio del first come, first served. Questo principio prevede che gli operatori già attivi godano di una priorità operativa, con l’obbligo per gli operatori successivi della garanzia di non interferire [39]. Si configura così un chiaro first mover advantage, che – nel caso di Starlink – si traduce in una posizione competitiva privilegiata rispetto a futuri entranti nel mercato delle comunicazioni spaziali. Questa dinamica ha sollevato perplessità in termini di equità concorrenziale e necessità di aggiornamento delle norme sul coordinamento internazionale delle risorse spettrali.
Altrettanto rilevante è la questione dell’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze terrestri, tema recentemente oggetto della consultazione pubblica avviata dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), in vista della scadenza (31 dicembre 2029) di alcuni di questi diritti [40]. L’ipotesi di una futura convergenza regolatoria – che consenta anche agli operatori satellitari l’accesso a frequenze originariamente assegnate a soggetti terrestri – solleva interrogativi sull’equilibrio competitivo tra i due modelli di connettività.
La banda 28 GHz costituisce un esempio paradigmatico: al suo interno, coesistono segmenti destinati a servizi satellitari e radio fissi, che devono essere armonizzati per minimizzare le interferenze. Non a caso, l’art. 26 del DDL Spazio italiano prevede specifiche iniziative per garantire un uso efficiente dello spettro radioelettrico, anche attraverso studi tecnici mirati a ridurre il rischio interferenziale tra costellazioni LEO e infrastrutture terrestri.
La nuova economia dello spazio si sta affermando come una delle frontiere della competizione internazionale, dove si intrecciano dinamiche economiche, industriali, tecnologiche e geopolitiche. Il “caso” Starlink, analizzato in questo contributo, offre un punto di osservazione interessante per comprendere come la presenza di grandi operatori privati stia ridisegnando i confini tradizionali tra pubblico e privato, tra sovranità nazionale e geopolitica globale, ponendo anche nuove sfide alle politiche di regolazione ed antitrust.
Nel complesso, l’emergere di Starlink nel panorama europeo e italiano solleva questioni complesse e interdipendenti. Da un lato, l’operatore si presenta come un soggetto capace di offrire soluzioni innovative ed economicamente vantaggiose a problemi strutturali, come la connettività nelle aree remote o il supporto a missioni governative ad alta sensibilità politica. Dall’altro lato, la sua presenza pone questioni rilevanti in termini di regolazione, concorrenza, sicurezza dei dati e autonomia strategica.
Se la regolazione – europea e nazionale – è in via di ridefinizione, per dare conto degli assetti della nuova economia dello spazio, la risposta europea sul piano industriale si affida, per ora, alle iniziative quali GovSatCom, IRIS² ed alle operazioni di consolidamento tra operatori come Eutelsat, SES e Intelsat. Si tratta di passi che vanno nella giusta direzione, ma che necessitano di ulteriori progressi che probabilmente si compiranno solo nel medio termine.
Sul piano delle regole, la sfida principale resta quella di dotarsi di una governance spaziale integrata, capace di conciliare rapidità decisionale, protezione degli interessi strategici e promozione dell’innovazione industriale. In tale ottica, sarà cruciale rafforzare la cooperazione tra Commissione Europea, Stati membri, autorità regolatorie e industria, anche attraverso plessi normativi aggiornati come la futura EU Space Law e il DDL Spazio italiano, entrambi attesi per la fine del 2025.
Inoltre, emerge l’esigenza di una maggiore vigilanza sul potenziale potere di mercato esercitabile da operatori di scala internazionale su mercati geograficamente limitati, così come una riflessione approfondita deve essere sviluppata sulle questioni di level playing field concorrenziale tra operatori di mercato “tradizionali” e nuovi entranti, quando questi ultimi siano “giganti” tecnologici globali. La questione si pone sia con riguardo agli obblighi regolamentari, sia in relazione all’assegnazione delle frequenze ed alla ripartizione degli oneri di utilizzo delle risorse pubbliche. Inoltre, bisognerà vigilare su eventuali aiuti di Stato – diretti o indiretti – ad evitare distorsioni nella concorrenza e nel funzionamento del mercato interno.
In definitiva, qualsiasi politica di sostegno alla connettività che coinvolga Starlink o altri operatori simili dovrà essere attentamente bilanciata in funzione del principio di neutralità tecnologica, delle regole sugli aiuti di Stato e degli obiettivi strategici di autonomia digitale, come delineati nella Strategia Europea per la Connettività e nei programmi GovSatCom e IRIS².
Sul fronte della sicurezza e della protezione dei dati, è ormai imprescindibile adottare un approccio che coniughi innovazione tecnologica e sovranità digitale. L’esperienza del Data Privacy Framework ha mostrato quanto sia fragile l’equilibrio tra apertura internazionale e tutela dell’interesse pubblico europeo. È pertanto necessario prevedere requisiti più stringenti in tema di cifratura, localizzazione dei dati e supervisione pubblica dei flussi informativi.
In ultima analisi, il caso Starlink mette in evidenza quanto sia urgente e strategico per l’UE, e per il nostro Paese, dotarsi a livello istituzionale di una capacità conoscitiva e di elaborazione di politiche che rispondano adeguatamente ed in modo repentino ai veloci e travolgenti cambiamenti di mercato che sono connessi alla nuova economia dello spazio, così come in generale a tutti i mercati delle nuove tecnologie digitali. L’obiettivo generale è infatti trasversale e comune a tutte le industrie ed i mercati altamente innovativi, ossia perseguire una maggiore autonomia tecnologica, stimolando l’industria europea e nazionale, e garantire al contempo il rispetto dei principi e dei diritti fondamentali del nostro ordinamento.
[1] Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico (Outer Space Treaty, 1967), adottato nell’ambito delle Nazioni Unite ed entrato in vigore il 10 ottobre 1967, costituisce la principale fonte del diritto internazionale delle attività spaziali. Esso stabilisce i principi fondamentali per l’uso e l’esplorazione dello spazio, tra cui: il libero accesso allo spazio per tutti gli Stati, il divieto di appropriazione sovrana di corpi celesti, l’obbligo di utilizzare lo spazio a fini pacifici e la responsabilità internazionale per attività condotte da enti governativi e non governativi. L’Italia ha ratificato il trattato con la legge 3 giugno 1970, n. 87. Pur essendo ancora il pilastro giuridico della governance spaziale globale, il trattato presenta limiti rispetto alle sfide contemporanee, come l’attività degli operatori privati e la gestione dei detriti spaziali.
[2] Tra i principali programmi industriali europei, alcuni dei quali saranno descritti più ampiamente di seguito, si annoverano: (i) Galileo, sistema di navigazione satellitare globale dell’UE, operativo dal 2016, finalizzato a garantire autonomia strategica in materia di navigazione e posizionamento; (ii) Copernicus, programma europeo di osservazione della Terra volto a monitorare cambiamenti ambientali e gestire emergenze umanitarie; (iii) GovSatCom, iniziativa per fornire servizi di comunicazione sicura a enti governativi e infrastrutture critiche; e (iv) IRIS², progetto lanciato nel 2022 per sviluppare una costellazione multi-orbita europea di comunicazione sicura entro il 2027-2030. Sul piano regolatorio, l’Unione sta elaborando la prima EU Space Law, prevista per il 2025, volta ad armonizzare i regimi nazionali per le attività spaziali private, e ha rafforzato il quadro politico attraverso la Bussola Strategica (2022), che individua lo spazio come dominio strategico essenziale per l’autonomia tecnologica dell’UE.
[3] Il Progetto IRIDE è una delle più ambiziose iniziative europee nel campo dell’osservazione della Terra, promossa e finanziata dall’Italia attraverso le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR, Missione 1, Componente 2).
[4] La “democratizzazione” dell’accesso allo spazio è un concetto che descrive l’ampliamento della platea di soggetti (statali e privati) che possono accedere e operare nello spazio, rispetto alla fase storica in cui l’accesso era limitato a poche grandi potenze statali (principalmente USA e URSS durante la Guerra Fredda). Cfr. United Nations Office for Outer Space Affairs, Annual Report 2022; OECD, Space Economy Report, 2022.
[5] OECD, The Space Economy at a Glance, 2014.
[6] OECD, The Space Economy in Figures: How Space Contributes to the Global Economy, 2022; European Space Agency, Space Environment Report, 2023; World Economic Forum, Space: The $1.8 Trillion Opportunity for Global Economic Growth – Insight Report, 2024.
[7] Tra gli altri, sia consentito rinviare a (a cura di) A. Perrucci, Industria dello spazio. Problemi e opportunità, Passigli Editori, 2023.
[8] Blue Origin, fondata nel 2000 da Jeff Bezos, è una società privata di volo spaziale impegnata nello sviluppo di tecnologie di lancio riutilizzabili. La società è attiva sia nel settore del turismo spaziale suborbitale (con il veicolo New Shepard), sia nel settore dei lanci orbitale-pesanti (New Glenn, in fase di sviluppo). Blue Origin è anche uno dei principali contractor per i lander lunari del programma NASA Artemis, rafforzando il proprio ruolo nel segmento upstream della nuova economia spaziale.
[9] Virgin Galactic, fondata da Richard Branson nel 2004, è focalizzata sul turismo spaziale suborbitale attraverso il velivolo spaziale riutilizzabile SpaceShipTwo. Virgin Galactic opera anche nel settore delle ricerche scientifiche a gravità ridotta e della sperimentazione tecnologica in ambiente suborbitale.
[10] Google, attraverso la sua holding Alphabet Inc., ha investito direttamente e indirettamente nel settore spaziale. Nel 2015, ha acquisito Skybox Imaging (poi ribattezzata Terra Bella), una società specializzata in satelliti per l’osservazione della Terra, successivamente ceduta a Planet Labs. Google ha inoltre supportato il finanziamento di SpaceX.
[11] Amazon, attraverso il Project Kuiper, mira a sviluppare una costellazione di oltre 3.200 satelliti Low Earth Orbit (LEO), destinati a fornire accesso a Internet a banda larga a livello globale, in concorrenza diretta con Starlink di SpaceX. Il progetto, avviato ufficialmente nel 2019, ha ricevuto l’autorizzazione dalla Federal Communications Commission (FCC) statunitense nel 2020.
[12] Tale tensione rimanda al dibattito sulla necessità di clausole di public equity in progetti ad alta intensità di capitale pubblico, tema ad esempio trattato in M. Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, 2014, dove l’autrice analizza il rapporto tra intervento pubblico e iniziativa privata nell’innovazione tecnologica. Nel lavoro, non si menziona esplicitamente SpaceX, ma il framework teorico è perfettamente adattabile al caso, nel senso di un superamento della dicotomia pubblico/privato attraverso partnership strategiche orientate a progetti con finalità di interesse collettivo.
[13] Dal punto di vista normativo, GovSatCom (Governmental Satellite Communications) è disciplinato dal Regolamento UE 2021/696, che istituisce il programma spaziale dell’Unione e l’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale e che prevede una prima fase di condivisione delle capacità esistenti tramite il polo GovSatCom, con possibilità di sviluppare ulteriori infrastrutture spaziali in cooperazione con il settore privato in una fase successiva.
[14] European Commission (2022), Secure Connectivity Initiative – IRIS²; Regulation (EU) 2023/588 establishing the Union Secure Connectivity Programme for the period 2023-2027
[15] L’Italia partecipa in qualità di capofila, coordinando sia la fase di sviluppo tecnologico (attraverso collaborazioni con ESA, ASI, CNR e imprese private come Thales Alenia Space e Telespazio), sia la successiva gestione operativa, con l’obiettivo di rafforzare la propria autonomia strategica nel settore spaziale e ampliare il mercato downstream nazionale.
[16] Nel luglio 2022, Eutelsat Communications e OneWeb hanno annunciato un accordo per la fusione delle due società, con l’obiettivo di creare un operatore satellitare globale che integri le capacità in orbita geostazionaria (GEO) di Eutelsat con la costellazione in orbita terrestre bassa (LEO) di OneWeb. L’acquisizione di OneWeb da parte di Eutelsat nel 2022 ha richiesto un’approfondita valutazione antitrust da parte della Commissione Europea e della Competition and Markets Authority (CMA) del Regno Unito (data la partecipazione del governo britannico in OneWeb – 18% delle quote).
[17] Nell’aprile 2024, SES ha annunciato l’intenzione di acquisire il 100% di Intelsat per circa 3,1 miliardi di dollari, con l’aggiunta di diritti di valore contingente legati alla futura monetizzazione dello spettro C-band. L’operazione mira a creare un operatore satellitare multi-orbita più competitivo, combinando le flotte GEO e MEO di entrambe le società per affrontare la crescente concorrenza di costellazioni LEO come Starlink e Project Kuiper. La conclusione dell’operazione è prevista per la seconda metà del 2025, subordinata all’ottenimento di tutte le autorizzazioni antitrust necessarie.
[18] Airbus Defence & Space, divisione del gruppo Airbus, è uno dei principali produttori europei di satelliti civili e militari e fornitore di sistemi spaziali integrati. Thales Alenia Space, joint venture tra Thales Group (67%) e Leonardo S.p.A. (33%), è specializzata nella produzione di satelliti e moduli spaziali per telecomunicazioni, esplorazione e osservazione della Terra. Telespazio, joint venture tra Leonardo (67%) e Thales (33%), è leader nei servizi satellitari, comprese le operazioni in orbita e i servizi geo-informatici. Hispasat, operatore satellitare spagnolo, fornisce servizi di telecomunicazione satellitare in Europa e nelle Americhe, con particolare focus sull’area ibero-americana. Infine, Hisdesat, società spagnola a controllo pubblico, opera principalmente nel segmento delle comunicazioni satellitari sicure e nei servizi di osservazione della Terra.
[19] Argotec, azienda italiana con sede a Torino, è specializzata nello sviluppo di piccoli satelliti (microsatelliti e nanosatelliti) per missioni scientifiche, commerciali e di esplorazione spaziale, nonché nei sistemi di supporto alla vita per voli umani.
[20] La classificazione delle orbite LEO, MEO e GEO si fonda su definizioni standardizzate – cfr, ITU, Radio Regulations, 2024, che ne determinano le caratteristiche fisico-tecniche e d’uso. Il Regolamento delle radiocomunicazioni, edizione 2024, contiene i testi completi del Regolamento delle radiocomunicazioni adottato dalla Conferenza mondiale delle radiocomunicazioni del 1995 (WRC-95) e rivisto dalle successive Conferenze mondiali delle radiocomunicazioni.
[21] Il backhauling è il trasporto di voce e dati dalle stazioni radio base della rete di accesso radio (RAN) al nucleo centrale della rete dell’operatore mobile (core network). Il roaming wholesale è l’attività per cui un operatore fornisce accesso alla propria rete ad un altro operatore in un’area dove quest’ultimo non è presente, in cambio di un pagamento all’ingrosso.
[22] Gli effetti di rete diretti si riferiscono all’incremento dell’utilità individuale che il singolo appartenente alla rete deriva dal crescente numero di utenti connessi alla stessa rete, mentre gli effetti di rete indiretti emergono attraverso l’ampliamento e il miglioramento di mercati complementari (es. riduzione del costo dei terminali satellitari, espansione della copertura di servizio). In ambito satellitare, l’espansione della base utenti può ridurre i costi marginali dei terminali e favorire investimenti in infrastrutture di terra, alimentando la domanda aggregata tramite meccanismi di retroazione positiva. Per una trattazione sistematica degli effetti di rete e delle loro implicazioni economiche, si veda C. Cambini, A. Manganelli, A. Nicita, Economia e regolazione delle reti e delle infrastrutture, in Economia e diritto della regolazione, Il mulino, 2024.
[23] OECD, Space sustainability: the economics of Space debris in perspective, Science, technology and industrial policy papers, 2020, No. 87.
[24] Il concetto di “tragedy of the commons” descrive una dinamica per cui risorse comuni (beni accessibili a tutti, ma limitati) tendono a essere sovrasfruttate e degradate in assenza di meccanismi efficaci di regolazione. In termini economici, si tratta di un fallimento del mercato generato da esternalità negative: ogni individuo, agendo razionalmente nel proprio interesse (massimizzando il proprio beneficio immediato), contribuisce al progressivo esaurimento della risorsa, riducendo il benessere collettivo. G. Hardin, The Tragedy of the Commons, in Science, vol. 162, no. 3859, 1968, pp. 1243-1248.
[25] Il processo legislativo per l’adozione della EU space law è disponibile sul sito del Parlamento europeo: www.europarl.europa.eu.
[26] Attualmente (aprile 2025) il DDL è stato approvato dalla Camera dei Deputati (C. 2026-A) ed è quindi passato all’esame del Senato.
[27] Le bande di frequenza Ku (12–18 GHz) e Ka (26,5–40 GHz) sono tra le principali porzioni dello spettro radioelettrico utilizzate per le comunicazioni satellitari. Si veda ITU, Radio Regulations, 2020. La Ku-band è storicamente associata a servizi di telecomunicazione consolidati, come la televisione satellitare diretta al consumatore (Direct-to-Home, DTH) e i primi servizi Internet satellitari. La Ka-band, di più recente adozione, offre larghezze di banda significativamente superiori, permettendo trasmissioni dati ad alta capacità e bassa latenza, risultando particolarmente adatta per il broadband satellitare di nuova generazione e il backhaul delle reti mobili 5G/6G. Le moderne costellazioni LEO, come Starlink (SpaceX) e Project Kuiper (Amazon), utilizzano prevalentemente la Ka-band per soddisfare la crescente domanda di connettività a larga banda globale, mentre i sistemi GEO tradizionali continuano a impiegare estensivamente la Ku-band. Dal punto di vista regolatorio, l’uso di queste bande (come per tutte le frequenze) è coordinato a livello internazionale dall’International Telecommunication Union (ITU), che ne definisce l’allocazione e l’uso armonizzato per evitare interferenze tra servizi spaziali e terrestri.
[28] Ai sensi dell’art. 136 del d.vo 31 marzo 2023, n. 36 “Codice dei contratti pubblici”, le disposizioni del codice si applicano ai contratti aggiudicati nei settori della difesa e della sicurezza, ad eccezione dei contratti che rientrano nell’ambito di applicazione del d.lgs. 15 novembre 2011, n. 208 “Disciplina dei contratti pubblici relativi ai lavori, servizi e forniture nei settori della difesa e sicurezza, in attuazione della direttiva 2009/81/CE.” L’art. 2 di quest’ultimo decreto stabilisce l’ambito di applicazione, «i contratti nei settori della difesa e della sicurezza, anche non militare, aventi per oggetto: a) forniture di materiale militare e loro parti, di componenti o di sottoassiemi; b) forniture di materiale sensibile e loro parti, di componenti o di sottoassiemi; c) lavori, forniture e servizi direttamente correlati al materiale di cui alla lettera a), per ognuno e per tutti gli elementi del suo ciclo di vita; d) lavori, forniture e servizi direttamente correlati al materiale di cui alla lettera b), per ognuno e per tutti gli elementi del suo ciclo di vita; e) lavori e servizi per fini specificatamente militari; f) lavori e servizi sensibili. »
[29] L’art. 76 del Codice dei contratti pubblici prevede che le stazioni appaltanti possano aggiudicare appalti pubblici mediante una procedura negoziata senza pubblicazione di un bando di gara quando i servizi possono essere forniti unicamente da un determinato operatore economico in quanto la concorrenza è assente per motivi tecnici, ossia non esistono altri operatori economici o soluzioni alternative ragionevoli e l’assenza di concorrenza non è il risultato di una limitazione artificiale dei parametri dell’appalto.
[30] Il Cloud Act (2018) amplia la giurisdizione extraterritoriale degli Stati Uniti sull’accesso ai dati detenuti da provider americani, anche fuori dal territorio nazionale, sollevando questioni di sovranità digitale.
[31] Il nuovo EU-US Data Privacy Framework, notificato alla Commissione nel 2023 (COM (2023) 177 final), è stato oggetto di parere critico da parte dell’European Data Protection Board (EDPB Opinion 5/2023).
[32] Corte di giustizia dell’Unione Europea (2020), Schrems II Decision (Case C-311/18)
[33] Peraltro, la nuova amministrazione Trump ha di fatto reso non più operativo il nuovo framework.
[34] La Strategia nazionale per la banda ultra-larga (BUL) è stata varata dal Governo per la prima volta nel 2015 con l’obiettivo di sviluppare una rete con connettività di almeno 100 Mpbs, suddividendo il territorio nazionale in 4 cluster (A, B, C, D): aree “nere” (cluster A), con almeno due reti alternative NGA previste per il periodo 2016-2020; aree “grigie” (cluster B) con una rete NGA nel 2016-2020; e aree “bianche” (cluster C e D) a “fallimenti del mercato”, con una rete in rame legacy e nessun aggiornamento dichiarato per il periodo 2016-2020. Si veda a tal proposito M. Decina, A. Manganelli, A. Perrucci, Le politiche di medio-lungo termine per sostenere gli investimenti infrastrutturali, in (a cura di) F. Bassanini, A. Perrucci, Telecomunicazioni: una politica industriale per la doppia transizione, Il Mulino, 2024; ed anche A. Manganelli, La regolazione delle reti fisse di comunicazione elettronica. Effetti sullo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi, Ufficio Valutazione Impatto del Senato della Repubblica, 2025, documento di Analisi n. 32.
[35] Nel gennaio 2025, l’azienda regionale lombarda per l’innovazione e gli acquisti (ARIA) ha pubblicato un bando da 5 milioni di euro complessivi relativo ad una procedura ad evidenza pubblica (ARIA_2024_097_F), per selezionare i fornitori ai quali affidare lo sviluppo della sperimentazione per usare, in modo complementare alla fibra, le connessioni satellitari per le aree periferiche a bassa connettività. A questo riguardo, è utile chiarire che il progetto pilota della Regione Lombardia non riguarda la fornitura di servizi finali, bensì la connettività tra reti.
[36] Art 11 del d.lgs. 1agosto 2003, n. 259, Codice delle comunicazioni elettroniche.
[37] Si rimanda a A. Manganelli, A. Perrucci, Comunicazioni elettroniche, in Economia e diritto della regolazione, op. cit.; e, in questa rivista, a A. Manganelli, Co-investimento, wholesale-only e rete unica: un’analisi dei nuovi modelli di regolatori e di mercato nelle comunicazioni elettroniche, n. 1 / 2022, questa Rivista, ed Giappichelli.
[38] Raccomandazione UE 2020/2245 relativa ai mercati rilevanti di prodotti e servizi del settore delle comunicazioni elettroniche che possono essere oggetto di una regolamentazione ex ante ai sensi della direttiva (UE) 2018/1972
[39] Il principio ITU di “first come, first served” sull’assegnazione delle frequenze satellitari è disciplinato dall’art. 9 delle Radio Regulations (2020), favorendo chi registra per primo, ma con obblighi di coordinamento interferenziale.
[40] Delibera AGCOM 247/24/CONS – Consultazione pubblica sulle misure regolamentari concernenti l’assegnazione delle frequenze radio per sistemi terrestri di comunicazioni elettroniche i cui diritti d’uso scadono il 31 dicembre 2029.