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L'Unione europea e l'insostenibile leggerezza del Web

Andrea Renda

Sommario:

1. Il paradosso del Web: come può l’economia più insostenibile contribuire a un’Europa più sostenibile? - 2. Dai codici del diritto ai codici software: verso una via europea al ciberspazio - NOTE


1. Il paradosso del Web: come può l’economia più insostenibile contribuire a un’Europa più sostenibile?

A un quarto di secolo dal suo silenzioso e graduale ingresso nella vita quotidiana dei cittadini, il World Wide Web appare oggi come una fortezza inespugnabile, e in effetti appena scalfita, dalle maglie del diritto e della politica pubblica. Una fortezza sospinta, nella sua forza e prominenza, dalla pandemia che ne ha accelerato la trasformazione da universo parallelo a punto di accesso quasi unico, e di sicuro imprescindibile, alla realtà circostante. L’aumento vertiginoso del traffico online offre oggi una risposta definitiva a coloro – in verità, sempre meno numerosi – che ancora facevano ostinata resistenza all’idea che la rete Internet fosse da considerarsi infrastruttura critica, al pari della rete energetica, del sistema bancario e della filiera agroalimentare; e che l’accesso a questa “rete di reti” dovesse configurarsi come diritto costituzionalmente garantito, da perseguirsi con grado massimo di priorità per evitare di discriminare porzioni di territorio e popolazione, in spregio del moderno motto leave no one behind, tanto cari ai cultori dello sviluppo sostenibile [1]. All’economia digitale, e ancor più ai colossi che la dominano, facciamo dunque appello oggi per proteggere le nostre democrazie martoriate dal populismo e dalla disinformazione, nonché per sostenere e rilanciare la nostra economia, rivitalizzare i nostri rapporti sociali affievoliti dall’era del lockdown, avviare la trasformazione del nostro sistema economico verso nuovi lidi di resilienza e sostenibilità. Alla transizione “gemella”, verde e digitale, si affida ora l’Unione europea alla ricerca della ripresa resiliente e sostenibile [2]. Parimenti il nuovo governo Draghi si affida in Italia a due ministeri di transizione, ecologica e digitale, per cercare affannosamente la via della risalita. Eppure, è più che evidente che affidarsi oggi al “digitale” come taumaturgo delle storture e delle difficoltà del mondo al tempo della pandemia appare tentativo a dir poco acrobatico, se non paradossale. In effetti, mai come in questo momento l’universo digitale appare esempio paradigmatico di insostenibilità. Basta guardarsi indietro di qualche anno per scoprire che le magnifiche sorti e progressive dell’era di Internet sono rimaste in gran parte scritte in un libro dei sogni, [continua ..]

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2. Dai codici del diritto ai codici software: verso una via europea al ciberspazio

L’enfasi europea sul digitale come strumento salvifico nasconde dunque un bisogno d’azione, la necessità di piegare il ciberspazio alle esigenze di protezione dei principi e valori fondamentali del diritto europeo. Tanto più che ai problemi evidenziati in precedenze si aggiunge, per l’Europa, un’angolatura geopolitica, dovuta al fatto che nessuna delle piattaforme che dominano il Web è europea, ma tutte le piattaforme si nutrono dei dati e comportamenti degli utenti europei, catturandone interamente il valore. Il problema della value capture si tinge dunque di doppio significato, reclamando un intervento di redistribuzione abbinato a un tentativo teso a “rimpatriare” i dati nel Vecchio Continente, o quanto meno ad assicurarsi che i dati prodotti in futuro non lascino l’Europa per finire inesorabilmente nelle mani di soggetti stranieri. La necessità di una via europea al digitale appare però tanto evidente quanto complessa da realizzare. L’iniziativa simbolo degli ultimi anni, il regolamento europei sulla protezione dei dati personali, ha senz’altro avuto il merito di rilanciare il ruolo del soggetto pubblico nel governare il costante divenire del ciberspazio, ma ha anche dovuto alzare bandiera bianca di fronte alla capacità delle big tech di aggirare l’ostacolo. Ad oggi, il tasso di compliance delle imprese sembra attestarsi al di sotto del 30%, in particolare nel nostro Paese [14]: e anche ove i soggetti che elaborano dati s’ingegnino per rispettare i dettami del GDPR, il meccanismo che ne scaturisce appare poco orientato a un maggior controllo dei dati personali da parte dell’utente finale [15]. Così, mentre i legislatori di tutto il mondo, dal Brasile al Giappone e persino la California, si affrettano a copiare il GDPR come modello di regolazione digitale, ci si rende conto progressivamente che un approccio tradizionale alla regolamentazione, basato essenzialmente su un controllo ex post di condotte spesso quasi impossibili da osservare, non può che limitarsi a scalfire la superficie di un mondo che viaggia ad altri ritmi e con altre dinamiche. Negli ultimi anni, pertanto, l’Unione europea ha gradualmente modificato la propria visione del mercato unico digitale, agendo su vari fronti e con diversi strumenti per “addomesticare” il ciberspazio alla [continua ..]

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NOTE

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