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Giuseppe Di Gaspare, Diritto dell´economia e dinamiche istituzionali, Seconda edizione, Wolters Kluwer-Cedam, Padova, 2015, pp. XV-419.

Filippo Pizzolato

Il testo di Giuseppe Di Gaspare “Diritto dell’economia e dinamiche istituzionali” si presta certamente a un uso manualistico, per i corsi di “Diritto dell’eco­nomia”, ma anche di “Diritto pubblico dell’economia”, ed anzi nasce come sistematizzazione e integrazione di lezioni svolte dall’Autore. Quella qui recensita è la seconda edizione del volume (la prima è stata pubblicata nel 2003), notevolmente arricchita, con l’innesto armonico di una parte quarta. Ciò nondimeno, rispetto alla manualistica corrente, il testo qui commentato si fa apprezzare per una serie di scelte connotanti, sia metodologiche, sia contenutistiche, che ne fanno un testo di approfondimento utile anche per gli studiosi.

  

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Sommario:

1. - 2. - 3. - 4.


1.

Dal punto di vista metodologico, spicca la dichiarata preferenza, che risalta sin dal titolo, per un’attenzione alle dinamiche storiche e istituzionali della regolazione dei rapporti economici e dei mercati. L’estensione dello sguardo dell’osservatore sulle dinamiche istituzionali prende le distanze da un approccio, assai frequentemente praticato tra i giuristi, che si accontenta di presentare e organizzare il quadro delle norme giuridiche, ricostruito talora anche con geometricità lineare, dai principi costituzionali, sino alle attuazioni legislative e amministrative, passando per i riferimenti normativi internazionalistici e comunitari. Tale tradizionale approccio ha senz’altro il pregio di mantenere al riparo la specificità del giurista, selezionando i materiali d’a­nalisi, ma può presentare il limite di non prestare adeguata attenzione al fatto che le norme, per usare una metafora di Paolo Grossi, galleggiano, senza penetrarvi, su una realtà sociale ed economica attraversata da dinamiche endogene e finanche caratterizzata da autonome pretese ordinanti. Su questi presupposti, l’approccio positivistico è dunque espressamente reputato inadeguato dall’Autore che, ciò nondimeno, non per questo aderisce a un eclettismo metodologico, bensì elabora un’ottica istituzionale, alla cui delineazione egli dedica parte consistente del capitolo primo della parte prima. Tale opzione metodologica è elaborata non in termini generali, bensì come approccio privilegiato per il “diritto dell’economia”, che in ciò è significativamente avvicinato al “diritto costituzionale”. Anche in quest’ultima disciplina, in effetti, il dato normativo è costantemente affiancato, riempito e talora eluso o smentito da prassi e condotte istituzionali. Si tratta dunque di riconoscere che la realtà, anche quella giuridica, semplicemente non coincide con le norme poste dal legislatore. Da qui, appunto, la scelta di prestare attenzione, oltre che ai singoli istituti, alle istituzioni e cioè, nel caso del diritto dell’economia, all’interazione tra pubblici poteri, mercato e imprese (pp. 8-9). L’importanza attribuita alle dinamiche istituzionali si riflette, quasi al modo di un corollario, sull’attenzione riservata all’evoluzione storica. Da qui il ricorso frequente, nel manuale, alla [continua ..]

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2.

Sul piano contenutistico, il volume, rispetto al genere letterario del “manuale”, presenta una caratterizzazione interpretativa marcata. Esso cioè non si attarda nel riepilogo delle davvero innumerevoli ipotesi ricostruttive che si sono succedute nel tempo a proposito della Costituzione italiana (in particolare, dell’art. 41, considerata da E. Cheli una norma “anfibologica”) e dei suoi rapporti con l’ordinamento europeo, ma argomenta una precisa opzione ermeneutica che, peraltro, nel panorama della dottrina italiana, si è collocata in una posizione sostanzialmente minoritaria (si può richiamare, a conferma, la posizione di G. Bognetti al convegno dei costituzionalisti di Ferrara del 1991). In chiave storica, l’A. segue l’emersione del modello liberale, contestuale alla formazione e al consolidamento dello Stato moderno, e la sua successiva sottoposizione a tensione ad opera del processo di democratizzazione e della conseguente pressione esercitata dai diritti sociali. Proprio la relazione tra diritti sociali e libertà economiche assurge a criterio alla luce del quale il volume classifica i diversi modelli di costituzione economica degli Stati democratici. In particolare, la prevalenza dei diritti economici (iniziativa economica e proprietà privata, soprattutto) sui diritti sociali caratterizza la costituzione democratico-liberale; in caso di relazione opposta, si parla di costituzioni socialdemocratiche. L’A. insiste molto, nella delineazione del modello democratico-liberale, sulla complementare (rispetto alla protezione delle libertà economiche) garanzia che in esso è prestata al valore del risparmio con il conseguente rigoroso controllo dell’emissione monetaria e la limitazione al ricorso all’indebitamento, nonché con il contenimento dell’imposizione fiscale e della spesa pubblica. Nello schema socialdemocratico, viceversa, mancano, secondo la delineazione pro­posta dall’A., norme costituzionali volte a garantire rigorosamente la stabilità finanziaria. Se questa è la prospettiva interpretativa adottata, è ben chiaro perché l’A. non legga il processo integrativo europeo in termini di rottura rispetto all’im­pianto costituzionalistico italiano, bensì quasi come l’opportunità, offerta a que­st’ultimo, di riprendere un sentiero [continua ..]

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3.

Ancora su di un piano contenutistico, l’Autore analizza con precisione e con riferimenti illuminanti, tutt’altro che frequenti nella dottrina, l’impatto del­l’adesione dell’Unione Europea all’Organizzazione Mondiale del Commercio in termini di definizione delle politiche commerciali e di integrazione delle medesime con le politiche del lavoro. L’importanza del passaggio è sottolineata con forza: “la demolizione della tariffa doganale comune (TDC) ha avuto lo stesso effetto dell’abbattimento di un confine” (p. 282). Questo sviluppo, a cui non sempre si è prestata la dovuta attenzione, appare in effetti in grado di segnare una discontinuità nel complessivo “progetto” politico-sociale europeo, svuotando addirittura la possibilità di proteggere e promuovere un’omogeneità interna agli Stati membri e aprendo la strada a un pericoloso dumping sociale. Questo processo apre pertanto una fase nuova entro il cammino di integrazione europea, che l’A. chiama di “destrutturazione del mercato comune europeo” (p. 281). La stessa industria europea finisce largamente fuori mercato. Questa novità ha un impatto negativo anche sul bilancio comunitario, poiché lo depaupera delle entrate derivanti dall’imposta daziaria, ciò che mette l’U­nione in una condizione ulteriormente svantaggiosa rispetto agli Stati membri. L’autonomia politica UE risulta dunque indebolita proprio quando se ne sentirebbe maggiormente il bisogno per provare a riaffermare il governo dei processi economico-finanziari ormai globalizzati. In quest’ottica, un’ulteriore deriva si prospetta, per l’Autore, con l’eventuale conclusione positiva del negoziato in corso sul TTIP (Transatlantic Trade Investment Partnership).

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4.

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